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Siamo all’ultima tappa di quest’ulteriore incursione primaverile di Salmo, che dopo aver completato il tour invernale nei palazzetti, torna nel Nord Italia per porre un pesante punto esclamativo al suo Flop Tour. Chiude al Pala Alpitour di Torino, il 24 marzo 2023, quello che a giochi fatti promette di restare nella memoria collettiva degli avventori di concerti come uno dei più significativi della scena. Anche se, dire quale sia questa scena, oggi, è davvero impossibile.

Salmo, da sempre, le prova tutte: rap, rock, hardcore, pop, pop punk, trap, elettronica, metal. È fresca di pochi giorni la pubblicazione di tre nuovi pezzi con Le Carie, la nuova band di musicisti all-star che accompagna il rapper sardo, che hanno fatto drizzare le antenne di tutti i fan del punk hardcore. “In pratica i Turnstile italiani”, è stato il commento più gettonato. E manco a dirlo: Salmo e i Turnstile saranno co-headliner dell’AMA Festival, la prossima estate. Se dovesse proseguire su questa (elettrizzante) strada, facilmente un buona fetta di fan generalisti andrebbe dispersa, ma sarebbe anche un sacrificio lecito e accettabile, in virtù di una direzione congeniale sia ai gusti, che alla genesi di Salmo.

Follia e ambizione sono le parole chiave di questo tour, la cui produzione parla chiaro ed è da primo della classe. Il palco è mastodontico, con un ledwall ricurvo che domina le retrovie e un massiccio impianto luci che lo circonda. Quello dei megaschermi in sostituzione di scenografie più complesse è ormai un trend consolidato, quasi una regola non scritta che potrebbe essere istantaneamente suffragata da una rapida analisi costi-benefici. Allora a far la differenza sono i contenuti, no? E come sono quelli di Salmo? Ecco, i visual di questo Flop Tour, prodotti da Reef Studios e sviluppati da Fr3nk Zappa e da Andrea Folino, sono tra i migliori mai visti in un live di un artista italiano. Anzi, il respiro è fortemente internazionale: un misto tra quelli grandi act di musica elettronica, come Tale of Us e The Chemical Brothers, e quelli visti nei recenti tour di band heavy, come i Bring Me The Horizon. La parte più incredibile è che Salmo, a voler analizzare anche i contenuti musicali, in questo tour sembra voler essere proprio l’anello di congiunzione tra questi due mondi, ma anche di tanti altri.

Lo show è diviso in tre atti, il primo dei quali potrebbe essere anche considerato un concerto fatto e finito. Della durata di un’ora e mezza – quindi in linea con ciò che propongono i grandi tour headliner indoor – e caratterizzato da una forte impronta crossover. Gli arrangiamenti, anche dei brani storici e ben noti, si fanno molto più heavy. Nei primi pezzi, tra teschi, mostri, riferimenti alla narrativa horror e sci-fi, suonano come brani metal. Il sound de Le Carie è potente e sprigiona la versione migliore di Salmo. Diventando sempre più frontman di un combo, sempre meno un rapper individuale, l’artista di Olbia tiene il palco come se fosse sul main stage del Download o dell’Hellfest, senza rinunciare alle sue pose da super star dell’hip hop.

Se Russell Crowe è la prova di quanto visual e suoni possano amplificare la resa di un brano dal vivo, allora Daytona è la prova di come un repertorio così vario possa essere plasmato a proprio piacimento. Nel parterre si aprono un paio di circle pit, mentre le fiamme riempiono il palazzetto e un’iconografia heavy metal accende i pixel alle spalle della band. Sembra quasi di essere ad un live dei Rammstein. Nell’outro di Flop! arriva anche uno snippet di Ace of Spades dei Motorhead. Risponde bene il pubblico, sicuramente diviso tra chi questo sound e questo mood lo desidera e chi lo vive come un’esperienza dal vivo fuori dalla propria comfort zone.

La solita, atomica, 90min chiude il set del main stage. Sembrerebbe già un trionfo, ma un breve video che alterna un avatar in CGI di Salmo a riprese reali, racconta l’idea e la necessità di riappropriarsi di una dimensione più intima, analogica, concreta, reale, fornendo il tempo necessario ai musicisti per raggiungere il palco B. Siamo al fondo del palazzetto, su una pedana immersa tra la folla del parterre e predisposta per un set unplugged, quasi a lume di candela. Anche qui, l’ispirazione è internazionale. Tanti artisti di grosso calibro propongono soluzioni simili, tra i più recenti gli Arcade Fire che del loro stage secondario hanno fatto arte. E Salmo non è da meno, regalando sia emozione, con pianoforte e archi ad accompagnarci in un tuffo nel passato (ritroviamo Il Senso dell’Odio e La Prima Volta, direttamente dal debutto The Island Chainsaw Massacre), sia leggerezza, con le tante gag che coinvolgono compagni di band e pubblico.

Si spengono le lampade a incandescenza, Le Carie salutano Torino, e Salmo vola nuovamente sul palco principale per chiudere la serata con l’ultimo atto. Quello più irriverente, divertente, ma anche quello gestito peggio, perché rischia di annacquare l’entusiasmo. Si tratta del DJ Set con il fedele Damianito, che in mezz’ora fa ballare il Pala Alpitour come nel miglior festival techno estivo. Dall’Hellfest al Tomorrowland in un beat, senza soluzione di continuità. Mettiamola così: Salmo ha voluto inserire in un unico pacchetto il concerto, il secret show e anche l’after-party. Idea rischiosa ma geniale, che porta la serata a durare più di due ore e mezza durante i quali i tanti stimoli si amalgamano, si fondono e confondono, dando un senso di smarrimento che, francamente, è anche entusiasmante.

Salmo vuole fare le cose che fanno i migliori, ma a modo suo. Vuole conoscere le regole del gioco, per poi dettare le sue. Vuole fare – e fa – quello che vuole. Non lasciamoci ingannare però: Salmo è ancora mainstream. Nonostante quel San Siro non sold out che ancora oggi dà un tono dolce-amaro all’ironia del Flop Tour, nonostante qualche scelta del management non del tutto comprensibile, il buon Maurizio Pisciottu è comunque saldamente al vertice della catena alimentare. Perché è un numero uno anche dal punto di vista tecnico – per metrica, flow e intonazione – e dal punto di vista performativo. Perché è un numero uno in quanto attitudine, ma anche in quanto a dedizione. Insomma: perché è un numero uno.

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