Recensioni

<p>Da <strong>Lars Von Trier</strong> – uno dei più geniali registi in
circolazione – ti puoi aspettare proprio di tutto. E se da anni, ormai,
eravamo abituati a vedere tragedie sanguinarie, dolorosissimi drammi,
strazianti mélo, ecco il regista danese venirsene fuori con questo
divertentissimo film, <strong><em>Il grande capo</em></strong>. Fin
dalle prime battute, lo stesso regista ci tiene a sottolineare che è
solo una stupida commedia, questa sua ultima opera, un film da
consumare distratti e dimenticare in fretta. Naturalmente, non è così.
C’è sempre ferocia, critica ed intelligenza ad insinuarsi tra le pieghe
delle sue pellicole. E quest’ultima, ovviamente, non fa eccezione. </p>
<p>La storia sembra venire fuori dal cinema americano degli anni ’50. <em>Il grande capo</em>,
infatti, è una esilarante commedia degli equivoci. Tutto comincia
quando Ravn, il proprietario di una società di informatica, per coprire
una serie di scelte impopolari – vendere tutto, licenziare i dipendenti
senza avvisarli – inventa la figura di un Presidente su cui scaricare
colpe e insulti. La cosa sembra una buona idea, ma tutto si complica.
Perché l’acquirente vuole vederlo di persona questo Grande Capo, e Ravn
è costretto ad assumere un attore. Sarà Kristoffer a dare un volto, un
corpo, una biografia, a questa metafisica entità del Potere. E sarà
sempre lui a rompere gli schemi, ingranare gli equivoci, mettere in
moto la divertente catastrofe finale.</p>
<p> Capirete che basta l’incipit per trovare tutti gli elementi che
hanno caratterizzato da sempre i film di Von Trier. Infatti, sotto i
colpi di scena, il ritmo serrato delle battute, il tono da
meta-commedia ottenuto dalle incursioni del regista che introduce
smonta e commenta i fatti, c’è una violenta critica al capitalismo
occidentale, all’ipocrita ambiente familiare che si crea nelle aziende,
alla banalità del potere, che si nasconde, si ritira, per attaccare
meglio e agire indisturbato. </p>
<p>Non bastasse, il film
è un piccolo saggio sul bellicoso rapporto tra Regista (Ravn) e Attore
(Kristoffer): e nella versione dei fatti di Von Trier, è sempre
pericolosissimo lasciare l’attore preda di se stesso. Se il potere
esiste, sembra dirci, incarnandolo nella figura del regista, serve
soprattutto a dirigere gli attori sociali affinché le storie collettive
vadano a buon fine, per tutti: registi, attori e pubblico. </p>
<p> Ma
c’è di più: non sarebbe un film di Von Trier se lo stile
cinematografico non fosse preponderante rispetto al resto. E qui il
regista torna a stupire. Perchè è l’Automavision, un sistema messo a
punto dal Nostro, a filmare tutto. La cinepresa si muove senza che lui
intervenga: è un braccio robotico, diretto da un computer, a scegliere
le inquadrature in maniera casuale. E infatti i punti di vista, le
prospettive, i tagli e la composizione interna delle inquadrature,
rendono ancora più surreale questa contemporanea vicenda aziendale, e
rilanciano un dubbio serissimo. Non sarà la Tecnologia ad essere Il
Grande Capo in questi apocalittici tempi moderni?</p>
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