Recensioni

6.9

Melidis è uno da prendere o lasciare e la sua formula, nutrita da insaziabili influenze stilistiche ed arrangiative, fascinazioni letterarie e instabili equilibri, fa a cazzoti tra un fragile falsetto tutto introspezione e mestizia e una prosopopea di campionamenti cesellati con ingegneristica precisione. Cresciuto nei 00s degli Animal Collective, il producer ha trovato le sue quadre in Madlib da una parte, e nell’eccentricità folk-jazz degli Akron/Family dall’altra, un viatico per un’esplorazione free form tenuta assieme e sabotata da lui stesso in primis cantando di paranoie, sensi di colpa e frustrati confronti con altri musicisti in un falsetto alla lunga difficilmente gestibile.

Questo senso di fallimento e di inadeguatezza pervade anche il suo secondo album per DFA, I Need New Eyes, tanto che è la stessa nota stampa a non farne mistero; eppure, fin dall’opener Black Veil Of Fail, calando un pochino la pressione e l’attenzione per il campionamento a favore di un approccio maggiormente live e, nel contempo, stringendo il fuoco sul processo di scrittura e sulla costruzione melodica dei brani, il disco risulta decisamente più riuscito, proprio perché asciugato dagli eccessi del precedente Years Not Living.

Certo, lo scoglio da superare riguardo alla musica di Panagiotis è sempre lo stesso: apprezzarne il canto e perdonargli qui e lì contrappunti melodici strascicati (Taking The Personal Way) o dispersivi quanto cervellotici layering, ma, all’interno dei nuovi equilibri compositivi (qui è il Caribou di Andorra il punto di riferimento principale), la tracklist scorre generosa come uno scontro-incontro tra psichedelia, indieness trasversale e un vortice di spezie mediorientali e indiane, tutte al solito precise e godibili come artefatti a sé. Il falsetto prima spinto a tavoletta qui si scioglie in crooning tranchant (A Set Of Replies), duetti sognanti (Belong To Love) e altre trovate per l’accompagnamento musicale, a testimonianza che l’antico fuoco ribolle ancora in pentola ma c’è un coperchio a tener a bada la bestia.

Del resto, come dice Larry Gus stesso quotando Proust, «the real voyage of discovery consists not in seeking new landscapes, but in having new eyes». Ed il nuovo sguardo di questo trentenne con un passato di ingegneria informatica, un dottorato conseguito al Music Technology Group di Barcelona e un lustro di permanenza a Milano, si risolve in una personale sfida alla folktronica di Caribou. Costruire su queste basi un album da ricordare tenendo conto di un’inedita condizione di padre e della nuova residenza ateniese era la sfida, il risultato è una mezza vittoria. E non poteva essere altrimenti per uno spirito combattuto e ineffabile come il suo.

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