Recensioni

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Di Larry Gus sappiamo quanto basta per esser depistati come da tradizione dei migliori cult hero che si rispettino: si chiama Panagiotis Melidis ed è greco. Abita a Milano. Pubblica sulla newyorchese DFA di James Murphy e tra le influenze musicali che possiamo leggere sulla pagina personale Facebook troviamo un collage formato da Lucio Battisti, Albert Ayler, Otis Jackson Jr, Creedence Clearwater Revival e Black Dice. Niente di tutto ciò, o perlomeno non nel modo in cui lo si potrebbe immaginare. Larry è uno che si sottrae come se avesse la consapevolezza di farsi trovare (per farsi ammirare). Soltanto i ragazzi di Pitchfork recensiscono il precedente Silent Congas (del 2012) ed è senz’altro chiaro, fin dalle prime note di questa seconda prova, Years Not Living, che gli svagati, ma serrati, massimalismi sample(beat)pop del milanese per caso, anche questa volta, assumono i contorni di una jam immaginata dagli Akron/Family addormentati davanti a uno stereo che suona la discografia di Madlib in shuffle.

Detta così sembra il classico tesoro d’imperscrutabile bellezza ma, a dirla tutta, Gus gioca a carte piuttosto scoperte. A inizio luglio il greco comprime cinquantadue sample dell’idolatrato boss Stones Throw in un’oretta e mezza di dedica sperticata, e ora parte di quel piglio prog con sfilacci (free)jazz, percussioni afosissime infilate in secchi locked groove (e mille layer sonori che svolazzano nel mezzo vanno) foraggiano un tortuoso tappeto sonico per karaokistici smalti pop tra Ariel Pink e Part Time.

Humming, falsetti, crooning e coretti freak, nonché glasse pop cantate nella consapevolezza di farsi odiare, portano l’ubriacatura oltre il confine con la nausea, catturando soltanto raramente l’attenzione (Merely Today). Larry Gus sembra puntare a una versione sfatta e caricaturale di Caribou o Hot Chip per dar risalto a un minestrone di beat e spezie colorate che da sole non si bastano (e non ci bastano). Manca la magia. E la voce è insopportabile.

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