Recensioni
Laraaji
Laraaji
Bring On The Sun
Sun Gong
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Stefano Pifferi
- 8 Settembre 2017


Torna e raddoppia il caro Edward Larry Gordon, noto ai più come Laraaji, il “mistico” Laraaji ovvero colui che stregò Brian Eno al punto da essere l’unico a essere stato invitato a condividere la “serie ambient” (vedi alla voce Ambient 3: Days Of Radiance, da poco ristampato) col suo ideatore e ultimamente ri-assurto alle cronache per via di doverose ristampe (Celestial Vibration) e qualche collaborazione con giovani leve della psych che ne hanno certificato, se ve ne fosse ancora bisogno, il ruolo di antesignano: su tutte quella coi Blues Control nella serie FRKWYS e quella con Sun Araw Professional Sunflow, figlia di due session live.
Sun Gong è la prima uscita ed è una sorta di preludio a base di droni meditativi esposti in due lunghe tracce che occupano le rispettive facciate del vinile, dilatandosi e contraendosi in continuazione e mostrandosi come un flusso di estatica coscienza che parte dalla profondità dell’artista e si sviluppa verso le lande celesti e la sublimazione di sé: un crescendo di gong e percussioni modificate elettronicamente che si reiterano, sfaldano e allargano “eccentricamente” come cerchi in uno stagno di celestiale psichedelia (e)statica.
In Bring On The Sun, invece, l’humus è lo stesso, “musica celestiale improvvisata che fluisce attraverso la mia immaginazione intuitiva”, come ha dichiarato lo stesso musicista, ma la grana è più grossa e le modalità più eterogenee. Composizioni e canzoni “spontanee”, sempre rimanendo alle indicazioni di Laraaji, che fluiscono attraverso il proprio autore senza filtri né freni “dopo aver sciolto i nastri del pensiero non essenziale” e che arrivano così, come doni, all’ascoltatore. In soldoni, non solo astrazioni da new age “positiva” com’è nell’iniziale, fluviale, archetipica Introspection e nel suo contraltare in chiosa Ocean Flow Zither – rivoli di quella che sembra uno zither lasciati a fluttuare letteralmente nello spazio profondo in un continuo saliscendi umorale –, ma divagazioni etno-folkish cantate in modalità flusso di coscienza (Change, Reborn In Virginia), raga minimali (Harmonica Drone), ipnosi e visioni jazz filtrate dalla sensibilità made in Laraaji (Laraajazzi), ambient-drone al guado tra matrice orientale e rilettura occidentale e figlia di un misticismo che è insieme panico e chiesastico (Enthusiasm).
Un ottimo ritorno, anzi, una continua conferma per uno dei personaggi più strambi e, probabilmente, meno pubblicizzati e noti presso il “grande pubblico”, che l’ampio spettro della psych più eterea ed errabonda abbia mai partorito.
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