Recensioni

6.6

C’è una PJ Harvey inghiottita dalla Polyvinyl e risputata nella scena indie canadese degli anni ’00: si chiama Elizabeth Powell ed è la mente del progetto Land Of Talk. Sempre borderline rispetto ai fasti barocchi e alle sviolinate che la stampa ha riservato a conterranei come Arcade Fire Broken Social Scene, la Powell ha calcato sempre un indie che inevitabilmente la colloca sulla scia di Angel Olsen per le sue doti vocali e la fa accostare musicalmente a un bivio conteso tra StrokesBeach Slang.

Difficile scegliere, ma quello che emerge in Life After Youth è la tristezza infinita che si prova nel dover diventare adulti e, allo stesso tempo, la capacità di affrontare temi così profondi con uno sguardo distaccato, quasi apatico. Yes You Were scorre via come la brezza di fine estate, This Time è più meditabonda e Loving è una ballata orecchiabile di facile assimilazione. La Powell gioca facile: ripete la formula che conosce meglio – e sa bene che funziona – senza stravolgere le carte. Peccato, perché What Was I Thinking?, che presenta atmosfere e missaggio diversi, si candida al primo ascolto come uno dei brani migliori del disco. Stessa cosa si può dire per Inner Lover, mentre Spiritual Intimidation Heartcore sembra di averle ascoltate più volte a inizio disco.

Nessuna invettiva contro la povera Powell, un’artista interessante che, come una squadra che “rischia” di vincere lo scudetto ma rimane sempre a un passo dalla gloria, circumnaviga la sua identità musicale destando curiosità ma non risultando mai incisiva. Life After Youth si ferma a un passo dall’emozione, ma riesce ugualmente ad abbozzare alcune sensazioni che tutti noi abbiamo vissuto, cosa che non relega il disco a semplice surrogato di indie-pop e songwriting digitalizzato.

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