Recensioni

Arrivano segnali contrastanti dal secondo album di Lamante, all’anagrafe Giorgia Pietribiasi, classe ‘99 dalla provincia vicentina (come la quasi coetanea Madame: ma non prendetelo come un indizio). Innanzitutto le buone notizie: rispetto all’album d’esordio In memoria di – uscito due anni fa – è netto il tentativo di collocarsi in una dimensione sonora più ampia, pensata e “abitata”, che alle chitarre e ai fiati isterici preferisce pennellate cinematiche di archi e bave calde di harmonium, il tutto ancora sotto lo sguardo espanso del produttore Taketo Gohara.
Vale la pena aggiungere che le registrazioni sono avvenute nella Chiesa di San Francesco a Schio, vale a dire nella città natale di Giorgia e appunto nel ventre di un luogo sacro, come se alle intenzioni acustiche si sovrapponessero esigenze di ordine simbolico, un voler fare i conti con circuiti e detriti sedimentati in profondità (i testi del resto autorizzano a pensarlo).
In parallelo si avverte una crescita sul piano della scrittura, la volontà di esercitare controllo su quelle vampe espressive che nel debutto sembravano perlopiù conseguenza di sfoghi necessari, non privi di impatto ma tutto sommato abbastanza fini a sé stessi e, quel che è peggio, ombelicali. Anche i testi, va da sé, ne guadagnano, mediando tra soluzioni ventrali e riflessioni spigolose, permettendosi escursioni sentimentali tanto anomale quanto efficaci, conservando tuttavia una sensibile attitudine sloganistica che a tratti sembra voler inseguire l’effetto più che il senso (non è necessariamente un male).
Veniamo quindi alle perplessità. Premessa doverosa: il problema non sono i limiti vocali, a mio avviso evidenti per quanto riguarda agilità, estensione, dinamica, timing, intonazione… Anzi, la refrattarietà all’impostazione, una sacrosanta indifferenza rispetto ai cliché, l’indocilità insomma della voce può costituire un punto di forza in casi come questo, quando cioè abbiamo a che fare con un cantautorato di varia ascendenza rock.
Basti pensare a due possibili – e assai nobili – riferimenti anni ‘90, cioè ai primi lavori di PJ Harvey e Cristina Donà: l’approccio “selvatico” in dischi come Dry e Tregua contribuiva non poco alla loro potenza suggestiva, ma – e qui si arriva al punto – costituiva al tempo stesso l’attributo di un disegno espressivo ben più strutturato, intenzionato soprattutto a trascendere le autrici/interpreti stesse.
Harvey e Donà infatti, al netto della dotazione di ben altro spessore (sul versante dei mezzi vocali e, beh, del genio) fornito loro da madre natura, davano forma con suoni e voci alla parte emersa di un groviglio che restava per la maggior parte sommerso, la cui presenza misteriosa potevi comunque avvertire con forza perché i buoni album (e i buoni racconti, i buoni film, eccetera) fanno così. Le loro canzoni sono intriganti tanto per ciò che esplicitamente esprimono quanto per ciò che sta dentro, sotto e oltre. Per ciò a cui alludono per elusione.
In altre parole, in quei casi le canzoni eccedono le (pur grandi) autrici, mettendo in gioco correlazioni emotive, culturali, spirituali, persino sociopolitiche che oltrepassano il loro perimetro biografico, ovvero facendo perno sul proprio vissuto con l’effetto collaterale – e desiderato – di propagarsi nell’universale (portandosi dietro, nel salto, un bel po’ di indicibile).
Nel caso di Lamante, al contrario, è tutto esposto: il rovello, la nevrosi, il disagio profondo, la natura problematica dell’amore e del desiderio. Tutto è, per così dire, tatuato sulla pelle del suono e di riflesso sulla stessa musicista, che sembra voler fare di queste canzoni dispositivi utili alla propria personale catarsi. Si avverte insomma un eccesso di presenza dell’autrice: accadeva già nell’album d’esordio, ovviamente, ma in questo Non dico addio è ancora più evidente (e grave) proprio a causa della maturazione cui ho accennato sopra, perché viene meno parte di quell’estro acerbo che in una qualche misura agiva da alibi espressivo.
È un po’ lo stesso “morbo” che ha finito per depotenziare la parabola di un Motta, per dire, ma anche del Vasco Brondi quando ancora esercitava come Le luci della centrale elettrica (moniker da cui capì che doveva svincolarsi per non restarne soffocato). Ed è, temo, l’eredità più tossica che anni di talent hanno diffuso – per citare un vecchio spot televisivo – “tutto intorno a noi”, finendo per contaminare anche il campo della (cosiddetta e spesso sedicente) “alternativa”, allineandola al codice della performance, dell’assertività formale che cannibalizza l’espressione spacciandosi per essa.
Ribadisco: quando ascolti queste canzoni, hai la sensazione di stare ascoltando prima di tutto Lamante che mette in scena la propria catarsi (o, se preferite, la propria problematicità esistenziale sottoposta a catarsi). Tra l’ascoltatore e le canzoni c’è lei che, nel momento in cui le interpreta, definisce sé stessa come individuo, come femmina perturbata e turbolenta, come musicista aliena alle modalità pop(-rock) stilisticamente conformi, come post-cristiana e sciamana neo-gotica (e ritorno). La senti scolpirsi canzone dopo canzone, verso dopo verso, martellando sulla prima persona (“Io sono una discussione che non ha fine”, “Io sola sapevo che il vuoto era pieno”, “io ero il nulla a gambe aperte sul letto”, “Io sono l’inferno con due gambe”, eccetera) in una specie di autodafé poetico/sonoro rigenerativo. Tutto ciò è un pizzico affascinante ma nel volgere di poco produce noia, come un po’ tutte le ossessioni intrappolate nella propria ego chamber.
Ciò detto riguardo al quadro generale, scendendo nel dettaglio dei pezzi non si trovano molti motivi di consolazione: scremata la spuma nevrastenica dell’interpretazione – e ribadito il buon lavoro sugli arrangiamenti, essenziali e intensi – molte canzoni risultano poco riuscite sul piano melodico, aspetto che Lamante sembra voler compensare ricorrendo a soluzioni fin troppo accomodanti. Si senta ad esempio la massimalista Un canto nuovo (ricca di guarnizioni sintetiche), la melodrammatica Dopo di te (imbevuta di archi lacrimosi), o addirittura una ballad in bilico tra Joy Division e vibes sanremesi (!) come Rimani con me.
Se episodi più “avventurosi” come Un elenco di 11 cose (sorta di pièce recitativa/rumoristica) o la title track (che ondeggia tra il talking dei versi e la melodiosità a gratis del ritornello) non riescono a sollevare di molto l’asticella, fa meglio La stanza del figlio col suo struggimento anomalo pure se un pizzico monocorde (notevole comunque la pasta orchestrale quasi spacey sul ritornello).
Non mancano poi passaggi che fanno ben sperare, come quella Governatevi che medita su memoria e maternità (quest’ultimo è un tema che affiora più volte lungo il disco) imbastendo una “quiete turbolenta” nella quale intravedi il lascito evidente della succitata Cristina Donà, mentre la conclusiva Ritorneremo a guardare il cielo indica in maniera anche più chiara che c’è luce in fondo al tunnel: pure senza rinunciare alla prima persona, lascia trasparire un’apertura, un trasporto, una (seppur parziale) amnesia di sé che regala respiro alla ballata mentre si srotola tra solennità e un obliquo, toccante abbandono.
Nel complesso quindi pollice più verso che recto per un disco che ribadisce un talento ben più prevedibile e conforme di quanto non intenda sembrare. Peccato. Tuttavia credo sia lecito continuare a credere nella possibilità che Lamante – se saprà aprire finestre e far circolare aria – possa finalmente sbocciare.
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