Recensioni

Per questo quinto album in studio il quartetto nato in una scuola di musica di Boston va a Nashville col produttore Dave Cobb, il quale convince i Nostri a cambiare metodo rispetto al passato, ovvero a portare in studio i demo grezzi delle canzoni per poi arrangiarli in sala. Il risultato è che, benché “genre-less” – come dice la bassista, Bridget Kearney – non lo siano mai stati, stavolta il mix di r’n’b d’annata e rock classico risulta più omogeneo rispetto al passato, con qualche variazione ad animare il canovaccio black senza allontanarsi troppo da una versione allegra e leggera un po’ di Janis Joplin, un po’ di Rickie Lee Jones.
Tutto ciò appare evidente fin dall’inizio in quarta di Godawful Things e dalla successiva ballatona Close To Me (con tanto di ricamo di chitarra-Hendrix), per proseguire con le escursioni disco di Call Off Your Dogs e Can’t Stop, il soul con intro da Beatles psichedelici di I Don’t Care About You, il mid-tempo sbarazzinissimo e contagioso della title track e delle sue rime, l’incontenibile Hell Yeah o la super ballata So Long, o una Mistakes nella quale riemergono le origini jazz del gruppo, con un fluire disinvolto e spesso uno spirito che permette ai Nostri di cantare con innocenza sixties anche di uno Spectacular Failure.
Niente di nuovo, certo: la loro black non ha nulla a che fare, neanche alla lontana, con le varie evoluzioni nu- degli artisti da classifica degli ultimi anni, e buona parte del disco sarebbe risultata passatista anche nel 1979 – ed è forse indicativo dei tempi in cui viviamo il fatto che Rolling Stone includa questo (ma anche Charles Bradley) tra i 45 dischi più attesi del 2016. Il gruppo, tuttavia, oltre a una simpatia innata che ha fatto la sua fortuna su YouTube, ha dalla sua canzoni che funzionano, fluidità e mano sicura.
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