Recensioni

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Come un’endovena di Piet Mondrian tagliati con la stricnina o magari il dadaismo freakantoniano reinterpretato da un hooligan: Lady Ubuntu non è materia da dementi come potrebbe sembrare a un ascolto distratto, ma qualcosa di molto più serio. L’oggetto di studio è un electro-post-punk che i fichetti in fissa con l’hype prenderebbero a sassate, tanto è sdrucito, pezzente, ossessivo, febbricitante, psicolabile. Roba espettorata senza troppi convenevoli – come in effetti accadeva anche ai tempi del primo disco della band Piuttosto che incontrarvi farei bunjee jumping – ma che tuttavia, a una lettura più approfondita e libera da preconcetti, mostra una lucidità surreale e non da tutti.

Un cantato deragliante e caustico almeno quanto la contemporaneità di cui si fa insano portavoce (ascoltatevi una Epoca stupida e feroce in bilico tra Bologna Violenta e Sleaford Mods che recita «Epoca stupida e feroce / che distruggi ogni sogno / che cancelli dalle menti ogni sogno / che esalti il nulla / che esalti uomini da nulla / e cose da nulla»), in certi frangenti narrativo alla maniera di Massimo Volume e Offlaga Disco PaxDonna Buio o l’allucinante e techno Insulina per cani (storia di R. E.) – ma dieci volte più slabbrato e claustrofobico, o magari manipolato in forma di spietati talkin’ blues sull’economia (Quello che penso realmente della situazione politica) o proiettili punk che ironizzano sulla religione (Signore se esistessi (Parte prima)).

Nel nuovo album di Francesco Lonetti, Davide Guerci e Flavio Porrati c’è poi spazio per certe ironie che ricordano vagamente i primi Bluvertigo nel cantato-recitato (Lo senti?) ma anche per vari featuring (I Camillas, Il Re Tarantola, La tosse grassa) che contestualizzano e al tempo stesso valorizzano un disco senza compromessi. Avvicinatevi con cautela: potrebbe piacervi.

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