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L’origine du monde è uno dei dipinti che Gustave Courbet dipinse, nel 1866, quando era già al culmine del successo. Oggetto di scandalo all’epoca, il pittore francese oggi è ricordato come uno dei più moderni, provocatori e ispirati tra gli artisti del suo tempo. Colpito probabilmente dalla fotografia erotica di Auguste Belloc, Courbet decise di riprodurre su tela una vulva, l’organo genitale femminile, senza fronzoli, né simbolismi arcaici e appartenenti a un’epoca passata, deciso a superare lo scoglio del perbenismo dilagante e la ritrosia nella riproduzione realistica del sesso femminile. La sua è un’opera che non sfocia mai nella pornografia, grazie all’acuta scelta dei colori, con quelle tonalità ambrate prese in prestito dalla pittura veneziana che l’autore amava, e il realismo è un obiettivo raggiunto così come la carica erotica che il dipinto emette seducendo lo spettatore e mettendo provocatoriamente in imbarazzo chiunque ne subisca il fascino. Courbet in quegli anni pone un interrogativo inquietante e affascinante a un tempo: quanto è ampio lo spettro morale dello sguardo? Asciugare i toni per poi definire l’opera “L’origine del mondo” è uno schiaffo in faccia ai benpensanti, completamente al di fuori delle logiche del piacere, del dolore, della perdita, della gioia di vivere.
My Mamma, quarto album de La Rappresentante di Lista sceglie proprio il capolavoro di Courbet per portare avanti gli stessi temi e le stesse pulsioni provocatrici dell’epoca, traslandole ovviamente in una contemporaneità virata in fucsia, (suggestivo il lavoro di Manuel Di Pisa sulla copertina), dove lo spettro del piacere non ha più confini né limitazioni dettate dal moralismo che pur ancora sopravvive e non è facile da sradicare dalla mente della gente comune. Se Go Go Diva era già il manifesto programmatico del duo (da qualche anno allargato a ensemble) condotto da Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina, con la sua carica estremamente (queer)pop, dove si ondeggiava freneticamente su un’altalena di emozioni, si mettevano in discussione dogmi e preconcetti legati al corpo, alla sessualità, alla condivisione, alla colpa, in My Mamma tutti questi temi si espandono e perdono – come si diceva poc’anzi – i loro contorni, perché finalmente liberi di raggiungere chi vogliono, senza compromessi e senza essere per così dire filtrati attraverso una forma-canzone che ormai ha connotati solidi. L’unico compromesso, se vogliamo, è quello della partecipazione a Sanremo, osteggiata dal fanatismo dei fan della prima ora (un atteggiamento ancor oggi insopportabile). A sette anni dal suo esordio discografico con (Per la) via di casa, la band ha finalmente avuto modo di raggiungere la platea più vasta possibile, frutto di anni di duro lavoro, gavetta nei club italiani (sì, la vecchia gavetta, come si faceva una volta) e tantissima passione e capacità di rinnovamento uniti al gusto sottile per la ricerca musicale.
In questo senso My Mamma non è il sequel di Go Go Diva, ne è semmai la sua presa di coscienza, di consapevolezza, la dimostrazione che certi temi possono finalmente parlare non solo al proprio pubblico di riferimento (quello dei fedelissimi), ma anche a una platea che non si pensava nemmeno esistesse. Lucchesi e Mangiaracina ne erano perfettamente consapevoli e hanno imbastito una scaletta capace di mettere in risalto tutti i loro punti di forza e mettere a nudo le loro debolezze. Si parte in medias res con il mood già settato in Religiosamente, un ritratto naturalistico del sentimento, co-scritto insieme a Pacifico, ma la prima stoccata arriva dalla successiva Oh Ma Oh Pa, un’ode delicata e affettuosa che esplode in un’eruzione di emozioni, delineando un ritratto sull’affermazione di sé e sul bisogno di perdono. Alieno è il singolo con cui il gruppo ha scelto di tornare a due anni di distanza da Go Go Diva, e la scelta è azzeccata: evidenzia sia una continuità musicale sia l’intenzione di imboccare un territorio inedito, pieno di possibilità. Il ritmo è la chiave e la voglia di percepirlo dal vivo altissima.
Il brano successivo rappresenta anche la prima volta in solitaria per la voce di Dario Mangiaracina ed è un’ulteriore manifesto di ciò che La Rappresentante di Lista professa da anni: la libertà di esprimere le proprie emozioni e pulsioni indipendentemente dal sesso a cui si appartiene, senza vincoli di genere. Non stupisce quindi che a cantare Fragile sia una voce maschile, proprio per abbattere le barriere imposte dal pensiero binario maschile/femminile in riferimento al testo, delicato, dolce, ma anche diretto e crudo. La tematica politica era stata sempre suggerita tra le righe, ma questa diventa praticamente esplicita nella successiva Sarà («Sarà che hanno tagliato le radici via dal mio giardino / Sarà che per le strade scorre un tragico veleno») prodotta da Fabio Gargiulo e soprattutto in Resistere («Voglio provare a resistere / La mia natura è resistere / E non mi importa di perdere / Quello che mi serve adesso è vivere» e ancora: «No armi! No guerra! No violenza!»).
In mezzo alla tracklist c’è Amare, quella che probabilmente ad oggi è la canzone più celebre del gruppo, grazie alla risonanza mediatica ottenuta a Sanremo 2021 e alla successiva rotazione radiofonica (con tanto di videoclip spammato ovunque). La produzione di Dardust si sente ma la natura de La Rappresentante di Lista rimane intatta, anzi riesce a rielaborare la propria sostanza in una forma che le calza a pennello (con un ritornello non facile da ricordare ma che ti rimane addosso: «Amare senza avere tanto / Urlare dopo avere pianto / Parlare senza dire niente / Come il sole mi consolerà»). La successiva e schizofrenica V.G.G.G. (Very Good Glenn Gould) pone l’eccentricità e la follia sotto una nuova luce, indipendentemente da come queste vengano percepite dall’esterno, un ritratto musicale del genio cui il titolo fa riferimento, e che con Mai Mamma costituisce un ideale dittico spezzato di quei nuovi territori cui facevamo riferimento poc’anzi, con tanto di esortazione finale a infischiarsene delle delusioni, di abbracciarle come parte integrante di una crescita emotiva e chiave per l’estensione degli orizzonti. Amare e perdersi è bellissimo.
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