Recensioni

Dall’acqua nasciamo, e dall’acqua siamo attratti. Tocchiamo quella superficie ritraendoci per il freddo, per poi lasciarci avvolgere, rilasciando a ogni onda strascichi di pensieri, paure, ambizioni. L’acqua si adatta al nostro corpo, si fa contenitore silente e invisibile di parole trattenute tra i denti, e di delusioni scalciate a ogni colpo di piede. L’acqua per Trudy (Daisy Ridley) ne La ragazza del mare è molto più che un elemento da affrontare; è un richiamo istintivo, un habitat naturale in cui immergersi per rivendicare lo stato svantaggiato di giovane donna nell’America degli anni Venti dove tutto è già stato stabilito, imposto, deciso, matrimonio compreso.
«Non ci vogliono eroine, non si aspettano nulla da noi» afferma non a caso la sorella Meg (Tilda Cobham-Hervey), ma Trudy è ribelle, vive sull’onda di una spinta anarcoide che la lancia al di là delle imposizioni sociali, trascinandola al largo di una rivincita personale che ha il sapore di un riscatto collettivo trattenuto nello spazio di un’impresa.
Tratto dall’omonimo romanzo biografico di Glenn Stout, La ragazza del mare segue l’ascesa di una giovane donna pronta a lasciare la propria impronta tanto negli annali sportivi, quanto quelli culturali. Gertrude “Trudy” Ederle è stata infatti molto più della figlia minore del macellaio di New York, ma la prima atleta donna ad attraversare a nuoto il canale della Manica, oltretutto battendo di due ore il precedente record maschile. Con le Olimpiadi alle porte, e una spinta femminista – sebbene meno insistente rispetto all’anno scorso, se si pensa al successo di un film come Barbie – che ancora si fa sentire, La ragazza del mare congiunge il carattere sportivo a quello sociale di rivalsa femminile all’interno di una storia di coraggio, passione e testardaggine. Il ring di Alì o Cinderella Man ora si tramuta in onde tumultuose, correnti imprevedibili, acque gelidi: l’uomo con i guantoni non sfida più l’avversario per sfidare se stesso; adesso al suo posto c’è una giovane donna con un costume a due pezzi; una ragazza sola con i piedi nell’acqua, pronta a sfidare una società che tenta di schiacciarla, emarginarla, riportarla al proprio ruolo di angelo del focolaio.

L’acqua ritorna allora a essere fase primordiale di un racconto di rivendicazione femminile, di sabotaggio maschile, di corpi che esulano dai pregiudizi di genere per infrangere stereotipi come si infrangono record mondiali. C’è tanto di Nyad – Oltre l’oceano (film del 2023 disponibile su Netflix) nella pellicola di Joachim Rønning, perché c’è tanto del personaggio di Daisy Ridley in quello di Annette Bening. Senza Trudy probabilmente non ci sarebbe stata una Diana Nyad. Antesignana del nuoto al femminile, portavoce di una forza solitamente affibbiata al genere maschile, grazie a La ragazza del mare si recuperano e reiterano i crismi di un biopic sportivo per rinvigorirlo di una parità di genere che ancora oggi, sulla terraferma, impazza e limita l’essere donna, tanto nel 1926, quanto nel 2024.
Scavalcamenti di campo, raccordi sincopati, ombre nefaste: basta poco perché il senso di timore, o di perdita, sconfini lo schermo, investendo lo spettatore; ma è solo un attimo, un colpo di tosse, prima che si facciano largo primi piani su volti fieri, luci calde in un montaggio disteso, e musiche gioiose pronti ad acuire momenti di reciproca forza e solidarietà femminile. Non c’è nulla di innovativo nel film di Rønning (già regista de Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar). E proprio in nome di un senso estremo di spettacolarizzazione, e di quello slancio motivazionale da cautionary tale capace di infondere coraggio ai propri spettatori, che la biografia viene piegata in funzione della romanticizzazione della Storia, e di quella fantasia capace di far galoppare la mente verso gli antri più sognatori del nostro inconscio.
Molti degli eventi storici perdono infatti la propria autenticità (si pensi alla partecipazione di Trudy alle Olimpiadi di Parigi, qui dipinta in termini di fallimento, quando invece l’atleta si portò a casa una medaglia d’oro e due di bronzo) così da avvalorare quel messaggio di rivincita, seguendo i dettami del classico film hollywoodiano, dove il lieto fine è a un palmo di bracciate e il buio della notte viene rischiarato dalla luce di un fuoco carico di comprensione, solidarietà e umanità. Una dicotomia fotografica, questa, dove il contrasto cromatico tra il caldo del supporto famigliare, e il freddo dell’impresa, viene ripresa e rafforzata da una lotta tra luci e ombre che tentano di infiltrarsi, come viandanti mefistofelici, all’interno di un successo ostacolato dal predominio maschile.

La ragazza del mare non si limita, pertanto, al suo scopo di puro intrattenimento; aspira alla natura delle fiabe, dei racconti morali, delle storie di ispirazione personale. È la rappresentazione visiva della grande illusione americana del “se ci credi puoi farlo”, un viaggio dell’eroe adombrato da poche ombre, e tante luci. Assecondando questa impostazione narrativa, tutto si accende, tutto brilla di un sogno pronto a divenire realtà. La giocosa imprevedibilità infantile si abbraccia così a un ritratto di una società rigida e spietata, mentre là fuori la corrente spinge verso il basso, e il coraggio si lancia verso riva. Sembra una fiaba, e come tale viene narrata, forzando talvolta sugli ostacoli, sugli abbracci, e sulla potenza empatica di una colonna sonora imponente, e sempre presente. Non è intenzione del regista mostrare le sue doti autoriali, quanto lavorare a favore del senso ultimo, moralistico, della storia.
Certo, l’impronta celebrativa e l’enfasi riposta in determinate scene (dall’attraversamento del campo di meduse, all’incontro con le bambine fuori dalla macelleria del padre) può rendere la pellicola stucchevole e carica di sentimentalismo; soffermarsi su determinati passaggi conduce pertanto sull’orlo di un maelstrom interno mosso da un’eccessiva celebrazione e da una melensa edulcorazione della realtà. Ciononostante, si tratta di una scelta narrativa che, per quanto retoricamente leziosa, va a inserirsi perfettamente nello scheletro del progetto, donandogli un’identità precisa e facilmente leggibile da parte di un target spettatoriale quanto più ampio ed eterogeneo possibile. Un processo affettivo, questo, facilitato anche da una performance come quella di Ridley, mai sopra le righe, ma giocata in sottrazione, così da lasciare libere di vagare, tra lo sbattere delle onde, ogni più piccola e silenziosa emozione.
La ragazza del mare vive dunque di una canonicità priva di grandi colpi di scena; ma è proprio aderendo a tale classicismo che riesce a raggiungere con estrema naturalezza lo spazio più profondo dell’animo altrui. Come acqua marina bevuta per sbaglio, il film tenta di addentrarsi nel proprio pubblico di riferimento; non gli basta bagnargli la pelle, annebbiargli la vista. Lo deve prendere per mano per immergerlo nelle acque calme di una personalità in tempesta; una personalità pronta a scuotere la società, a smuoverne il pensiero al ritmo di una bracciata dopo l’altra, prima di arrivare a riva e rivestirsi di applausi.
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