Recensioni

6.3

Sestetto perugino attivo dal 2008, La Madonna di MezzaStrada fa folk strutturato e arrembante, con due violini, piano e synth a svariare sulle trame energiche di chitarra-basso-batteria. L’obiettivo sembra essere quello di mettere a punto un cantautorato combattivo, dal segno forte e disposto alla complessità sonora di derivazione psych-prog (la spersa, desertica e trasognata Io), anche se si finisce per fermarsi alla linea evolutiva del tardo post-rock (ma già ampiamente rientrato nei ranghi della canzone canonica). Capita cioè di pensare all’estro arty evocativo e nervoso dei Venus (Le vite degli altri), quando non a dei CSI che hanno imboccato la china cinematica dei Dirty Three (Regione), o ancora ad un impeto lunare Waterboys inciampato nel rockismo Battiato altezza L’imboscata (Il mondo della vita).

E’ questo il lato migliore della proposta, quando cioè dimostra apprezzabili capacità evocative, tanto nel piglio espanso degli arrangiamenti quanto nell’attitudine ad avventurarsi senza stradario in digressioni ipnotiche e trasognate. Però poi t’imbatti in una verve da figliocci didascalici di Ferretti, uno sdegno critico da pamphlet che sfiora l’invettiva e smorza le ali della suggestione, roba che soprattutto quando si accompagna a formalismi hard/prog abbastanza risaputi (Mosche, Piccoli drammi) conduce ad un millimetro dalla pelosità retorica. Non mancano quindi i motivi di interesse, ma urge una scelta di campo: difficile far conciliare epica ed etica senza prendere le distanze dal canovaccio ozioso del Primo Maggio.

Amazon
SentireAscoltare

Le più lette