Recensioni

6.6

L’uomo che cammina, chiuso in una cella, lo fa di solito creando dei cerchi. Come se stesse cadendo all’infinito nel vortice di riflessioni e deliri che nasce dalla sua prigionia. I suoi passi diventano così l’incipit di una festa spasmodica, una vertigine di suoni che si apre con passo funk e carattere corsaro. E cadendo in questo tornado di idee e intuizioni ci si sente un po’ come i coriandoli lanciati da un bambino, da qualcuno che ha perso il controllo, o forse da qualche pazzariello. Gli stessi Coriandoli scelti dai napoletani La Bestia Carenne per intitolare il loro terzo lavoro. Pezzi di carta lasciati lì a sedimentare dopo feste interminabili, momenti di perdizione e diversità, sfilate di maschere grottesche quanto pensieri disturbanti. Ma anche elementi di colore di un’architettura complessa e intricata come quella di questo disco. Sulle sue impalcature si trovano allo stesso modo la scarica elettrica di La Quercia, il mantra in psych-blues di Le Gambe Belle, l’elettronica della finale Mosche. Nove brani in totale che non finiscono mai dove sono cominciati, che intraprendono alterazioni e inseguono soluzioni, che si lasciano attraversare da schizzi indie-rock, appunti cantautorali, spasmi funky e tracce folk (come nel precedente Catacatassc).

Un pastiche delirante dai testi spesso surreali e a volte onirici, soprattutto nella fase iniziale dell’album, prima che arrivi La Notte di San Silvestro a spostare la manopola su frequenze meno impervie. Si tratta di una hit diversamente-radiofonica che spacca il disco con l’agonismo di una sezione ritmica impeccabile e le sfumature di una voce alla Branduardi. Poi si aggiungono molti riff e frasi di chitarre, come nel blues di Carpenteria, nella più mediterranea Il Cecchino e nel mare oscuro e claustrofobico de Il nome di Saffo, un mare che “inghiotte” e che “annienta”. Infine l’arpeggio narcotico, etereo e solitario che chiude l’album con la ghost track sulla scia di Mosche.

Coriandoli somiglia ai murales di Blu. Anzi, per la precisione, a quello disegnato dall’artista di Senigallia sulle mura dell’Ex-Ospedale Giudiziario di Napoli, nel quartiere Materdei. Intenso, grottesco, contorto o addirittura sproporzionato. Un’opera che misura la forza di un urlo di esasperazione, il dramma della prigionia. Proprio come Coriandoli che nella prigionia familiare, sociale, lavorativa, psicologica ed emotiva, trova il suo tema centrale. Insieme a quello dell’imprevedibilità: per le soluzioni e la quantità di idee che contiene, la sua vivacità creativa lo rende infatti ricchissimo, ma a tratti anche ostico, barocco, non immediatamente afferrabile. Oltre che diverso, come gli stessi autori dichiarano: un rifiuto di appiattirsi sull’offerta musicale italiana. Su questo non c’è dubbio.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette