Recensioni

I hear it and I know / I know you wanna take me home
Sarà capitato anche a voi. Non solo di avere una musica in testa, ma anche di ascoltare con una certa insofferenza discorsi sull’ageism, quelle cose per cui c’è un tempo per ogni cosa, che a un certo punto della vita si è troppo vecchi per la musica pop e che è meglio darsi ai libri di cucina, all’ippica, oppure al padel o al giardinaggio. Per il rock no, non si è mai vecchi abbastanza – qualcuno che faccia sarcasmo sui Rolling Stones, chiariamoci, c’è e mica si nasconde – ma per il pop tutti abbiamo una data di scadenza, da chi lo canta a chi ne parla e scrive. Poi sei lì che ci pensi e tenti di far valere le tue ragioni: Cher aveva cinquantadue anni quando Believe fece furore nelle classifiche di mezzo mondo, e nel 1999 la cinquantaquattrenne Deborah Harry faceva tornare i Blondie in classifica nel Regno Unito (e non solo) con Maria. Ma sono eccezioni, dicono, che non confermano la regola. Probabile che dicano lo stesso sull’exploit di Padam Padam, una delle canzoni-regina dell’estate 2023 e un vero fenomeno virale, di Kylie Minogue che con le sue cinquantacinque primavere entra di diritto nel club delle colleghe con la giusta freccia al proprio arco. Per quanto quella dell’artista australiana sia una carriera lunga iniziata con un bubblegum-pop uscito dalla fucina di Stock, Aitken e Waterman, era almeno da All The Lovers che una sua canzone non avesse un tale successo. E questa è un earworm davvero micidiale.
C’è chi ha quasi scritto trattati su questo accattivante brano electro, l’unico del nuovo album Tension a non vedere Minogue nella veste di co-autrice, su cosa significhi “padam” (c’è chi si avventura in doppi sensi ma l’interprete parla di un’onomatopea che esprime il battito del cuore all’impazzata) e su cosa mai potrebbe avere in comune la principessa impossibile con la “môme” per eccellenza della musica francese, Edith Piaf, che nei primi anni 50 cantava un brano con lo stesso identico titolo. Padam Padam l’hanno adottata ragazzini che nulla sanno del passato di Kylie, alcuni non erano neppure nati quando Can’t Get You Out of My Head vinse l’insensata gara nella classifica inglese contro l’esordio solista di Victoria Beckham, ma anche (ancora una volta) dalla comunità Lgbtqi+ che automaticamente l’ha resa un inno non ufficiale dei Pride di quest’anno. A quanto pare neppure la cantante si aspettava un’accoglienza simile, che le ha permesso di tornare nella programmazione di BBC Radio 1 in Inghilterra e di salire in classifica come non le accadeva da un decennio buono; si tratta di capire, tuttavia, come suona e come si colloca il nuovo Tension, album numero sedici di una carriera ricca di successi e di altrettanti momenti bui e crisi d’identità artistica.
Per prima cosa, dopo due album a tema (dalle venature country-pop di Golden siamo passati agli omaggi agli anni Settanta di Tony Manero e dintorni in Disco) si torna a un lavoro senza un filo conduttore vero e proprio. Il disegno originale prevedeva un intero Lp all’insegna dell’electropop ma nel concreto la nostalgia si mescola più o meno felicemente a pezzi ben sintonizzati sui trend recenti; se qualche scampolo di disco music resta in almeno due canzoni del lotto – la non esaltante One More Time, che nel titolo rimanda ai Daft Punk ma nello svolgimento si accosta più all’ultimo, un po’ sciapo materiale con il team SAW registrato prima di tuffarsi nella sperimentazione sotto contratto con la deConstruction (per non parlare del duetto con Nick Cave), e l’assai meglio congegnata Green Light forte di furbi e indovinati interventi di sax – altrove è un reinterpretare gli anni Ottanta come lo farebbero le nuove leve, vampirizzate spesso con compiacimento e oculatezza.
Non è stato forse un continuo rincorrere certo power-pop degno delle colonne sonore di Flashdance, Footloose e Top Gun, quello di Ava Max (Million Dollar Baby), The Weeknd (Blinding Lights) e Lizzo (2 Be Loved)? Kylie Minogue lo fa pur consapevole di esserci stata per davvero in quegli anni, e di conseguenza Things We Do For Love ha un tiro da fare invidia all’Olivia Newton John di (Livin’ In) Desperate Times e alla Bonnie Tyler più cotonata (per quanto il testo citi invece Should I Stay di Gabrielle e la musica suoni pericolosamente vicina a quella di Should’ve Known Better di Richard Marx). Se qui le va bene, non convince del tutto in You Still Get Me High, che parte lenta e d’atmosfera per poi perdere il suo climax in un tripudio di mossette e “oh-oh-oh” degni di una sigla di un cartone animato anni 80.
Dove Kylie tenta la carta dell’elisir dell’eterna giovinezza è in Hands, un omaggio sfacciato a Say So di Doja Cat, e nella divertente title-track che si dimena tra voci filtrate, pianoforte house preso di peso dai Black Box e un testo che è un invito senza remore ad abbandonarsi ai piaceri della carne – e pazienza se in mezzo ci sono passaggi come “cool like sorbet-bet-bet“, “call me Kylie-lie-lie” e “hot like chili-li-li“, nessuno si aspetterebbe mai in ogni caso testi profondi e poetici alla Joni Mitchell o alla Janis Ian. L’importante è far scaldare i muscoli, ballare, toccarsi e usare quantità industriali di glitter per evitare di parlare troppo di sé e celare la malinconia. Che è presente, tuttavia, senza troppi infingimenti nella conclusiva Story che sembra un omaggio alla sua fanbase più leale, vicina a lei non solo quando è in vetta alle charts. Vegas High, che richiama alla lontana I Wanna Go di Britney Spears, è un trascinante anticipo di ciò che accadrà da novembre per diversi mesi alla star australiana, pronta ormai per il suo primo residency al Venetian Resort di Las Vegas (gli States, infatti, non sono mai stati tra i mercati principali di Kylie, come del resto l’Italia che si è accorta di lei solo all’uscita di Fever).
Una tra le consuetudini più discutibili dell’industria discografica è quella di reimpacchettare, riconfigurare, rivendere lo stesso album già acquistato con una, due, tre, cinque, talvolta dieci brani in più a distanza di sei mesi o anche un anno; Mrs. Minogue non si è sottratta, la volta scorsa, e anzi ha lanciato tre singoli dalla ristampa di Disco denominata “Guest List Edition” non inclusi nella prima edizione – A Second to Midnight con Years & Years, ormai progetto solista di Olly Alexander, Kiss of Life con Jessie Ware e Can’t Stop Writing Songs About You con Gloria Gaynor.
Lo farà ancora? Intanto c’è da segnalare una deluxe edition disponibile contemporaneamente a quella standard, ma con tre canzoni in più che poco o nulla aggiungono in termini di valore (e nel caso di Love Train allungano inutilmente il brodo).
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