Recensioni

Il bello di internet, delle distanze azzerate, dell’orizzontalità, del mondo a portata di click è un disco come questo Gate Of Klüna. Ovvero un disco tanto strambo quanto affascinante opera di un trio all-female giapponese (Fumie Kikuchi, tastiere e voci; Yuko Araki, batteria e voci; Shoko Yoshida, basso e voci), prodotto da Tim DeWit dei Gang Gang Dance e pubblicato dalla migliore etichetta terzomondista d’Europa, ovvero la Glitterbeat.
“Tribal dreamy tale music” è ciò che fanno, almeno a detta loro, e sì, l’ascolto di quello che è ufficialmente il primo disco lungo conferma le indicazioni senza eccessi o parossismi da press: una sorta di psych-prog dai forti umori tradizionali nippo che prende il meglio dei generi citati e lo ricicla in maniera funzionale al concept che sta dietro l’intero album (o l’intero progetto?): cantare le vicissitudini del pianeta natale Kuurandia e delle lotte intestine tra alcune sacerdotesse psych-rock e dei non meglio identificati invasori che assumono le forme di bestie di lava (?!). Ok, sono giapponesi, quindi inutile tentare di dare una forma razionale a ciò che vivono, dicono o sentono, quindi accontentiamoci di questa follia e godiamo di un concentrato, appunto, tra prog non invasivo, rock cerebrale e psichedelia a volte stordente.
Come degli Oneida al femminile che giocano con synth giocattolo e chincagliera tradizionale per sbroccare tra minimalismo d’accatto e passaggi quasi prog-metal (la coda di Desert Empress Pt. 1) o che a un certo punto invitano Kusturica a creare un portale spazio-temporale tra la California della summer of love e il Giappone più freak e andato a male (la Pt. 2), le tre musiciste amano disorientare e destabilizzare infilando nenie infantili (Full Moon Spree), wave dell’altrove (Titian), heavy-gamelan-rock (Lava Naksh), dark-jazz notturno e da dopobomba (Raven’s War), sabba tribali in modalità post-Boredoms (Para Bennyà) in un disco che è l’ennesimo invito a guardare al di fuori del “rock” anglo/eurocentrico per trovare vitalità e stupore.
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