Recensioni

Più o meno quattro anni fa chiudevo la recensione di (watch my moves) definendolo disco interlocutorio ma dal buon peso specifico, sottolineando come lo stesso giudizio si poteva estendere un po’ a tutta la carriera di Kurt Vile. Ripartirei da qui per cercare di atterrare nel nuovo Philadelphia’s Been Good To Me, nono lavoro solista (se escludiamo dal conto Lotta Sea Lice sfornato a quattro mani con Courtney Barnett) per il cantautore della Pennsylvania e il suo secondo per la Verve Records.
Altro elemento di continuità è la natura (quasi) casalinga delle registrazioni, avvenute perlopiù all’OKV Central, ovvero lo studio domestico di Vile a Philadelphia, ma rispetto al predecessore va detto che si respira un’atmosfera più aperta, da flâneur in acido che finalmente si è lasciato alle spalle le costrizioni del lockdown ed è tornato a gettarsi nel mondo. Ecco, appunto: quale mondo?
Può sembrare una domanda incongrua o peregrina, ma è invece sostanziale. Serve a dire perché un disco così ha senso – e un senso forte – nel tempo che stiamo vivendo. Con “un disco così” intendo: una dozzina di ballate più o meno sghembe che col loro muoversi blando e scioperato spingono il recensore a pescare dalla cassetta degli attrezzi il fatidico termine “slacker”, tramite il quale veniamo risucchiati proprio in quella dimensione anni ‘90 che Vile ha scelto come dimora elettiva e sfondo estetico. Ma – qui sta il bello – non a scopo nostalgico.
Quest’ultimo è un aspetto, mi pare, cruciale: non emerge, o comunque non prevale, il taglio citazionistico di chi conta sul potenziale ipnotico (e ipnocratico) della rievocazione, esaurendo la gran parte di compiti e intenti espressivi nel simulacro dei tempi che furono. No: Vile si consegna al presente, percorre il qui e ora con movenze – appunto – da slacker che hanno tutta l’aria di essere più che una calligrafia, più che un modo di rappresentare: sono l’angolazione con cui sceglie di impattare col reale. O, se preferite, sono il metro della sua inadeguatezza rispetto alla metrica dominante, quindi la dimostrazione che un altro mo(n)do è possibile, anche se destinato a recitare un ruolo marginale e deprecato.
C’è insomma qualcosa di implicitamente sovversivo nello srotolarsi indolente, nell’illanguidirsi stuporoso e nel farneticare grezzo di queste canzoni. Perché presuppongono un soggetto (il musicista, e con lui anche l’ascoltatore) la cui andatura collosa ed evanescente è il contrario della postura variamente (ma invariabilmente) produttiva che ogni contesto pretende da chiunque lo abiti. Il messaggio in filigrana è: si può esistere senza essere dei “soggetti di prestazione”.
La filastrocca di Zoom 97 apre quindi le danze come un avvitamento all’indietro giocherellone e onirico, qualcosa come un festino frugale a due tra Neil Young e Stephen Malkmus (“My baby girls, they keep me high, yeah / Ain’t on no trips though, no LSD / True love is the pure drug for me”) che stabilisce la cornice traballante e sfocata in cui tutto quanto si consumerà. Ribadisce il concetto la successiva 99 BPM col suo caracollare laconico – viene in mente ancora Malkmus ma come se avesse dormito sullo zerbino di Lou Reed – dedicato alla memoria dell’amico e collaboratore di lunga data Rob Laakso (venuto a mancare nel 2023).
Più avanti incontriamo una You Don’t Know Cuz It’s My Life che si fa impollinare soul come potrebbe un Wayne Coyne tenuto sveglio da una strana fierezza crepuscolare, mentre Holiday OKV suona come due canzoni lo-fi shakerate in un barattolo di vernice scaduta. Qui sta il principale merito – un piccolo miracolo – dell’album: è tutto così improbabile, raffazzonato, storto, insomma non dovrebbe funzionare, ma funziona.
Certo, la brillantezza melodica non è il forte di Vile, difatti una 99th Song o una Rock ‘o Stone rischiano di evaporare nella propria stessa acidità stralunata, tuttavia due episodi come Chance To Bleed e Philly’s Been Good To Me – messi non a caso nel cuore della scaletta – fanno centro proprio perché si affidano a un’ispirazione scarna ma reiterata come se fosse uno spettro che infesta cuore e pensieri: se la prima è un conato Stones in loop (“Old time, lo-fi, DIY, rock ‘n’ roll nights”) che vede tra gli ospiti anche l’ex-Slint Ethan Buckler, la seconda è un heartland rock anni ‘80 rallentato fino a farne una fantasmagoria languida e abbacinata che sparge ironica devozione alla città in cui Kurt vive (“Philadelphia’s been good to me / Let’s hope it don’t fall into the Schuylkill River / That’s the river that’s polluted as hell / But it runs through my town and I ain’t puttin’ it down”).
Assistiamo insomma a un’oscillazione tra deriva in scioltezza, raccoglimento sentimentale e piglio indie(pendentista) che rivela una coerenza più robusta di quanto non si potrebbe sospettare, tanto che non stupisce imbattersi in una Every Time I Look At You capace di scaldare il cuore come il Neil Young altezza Comes A Time o di farsi intrigare dalla conclusiva Avalanches Of Snow mentre – tra trombe sbilenche, vibrafonini e chitarre ruvidelle – scava tra memorie e inquietudini come un Robin Hitchcock che prova a rendere croccante un languore Destroyer (“Yea well / I had a dream once / Ah man / So many monsters they / Blacken our periphery / Or they try”).
C’è da sottolineare un ultimo merito: con la sua fisionomia raffazzonata ed erratica, quello di Kurt Vile è probabilmente la miglior versione possibile (e proponibile) di classic rock in un tempo che mastica il repertorio del rock per sputarne stereotipi spendibili sui vari fronti mediali. Questo perché in lui c’è qualcosa di snervante ma al tempo stesso familiare, come un vecchio amico che torna dopo un giro attorno a Marte (o a qualche altra dimensione aliena) con lo sguardo che non si posa più su niente.
Il buon Kurt non sarà un genio, ma conosce per istinto l’arte di rendersi inafferrabile. Da ciò la sensazione di purezza malgrado la calligrafia accuratamente studiata. E la capacità di dare vita a dischi che ti accompagnano con autorevolezza visionaria sul lato slogato della strada. Come anche questo fa assai bene.
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