Recensioni
Vuoi vedere che, tutte le volte che abbiamo provato a fare il punto
dei ’90, ci sfuggiva qualcosa? I Kula Shaker, per esempio. Una meteora,
certo, buona giusto a far tremare i polsi agli Oasis per un attimo. E
intanto, chi scrive non ricorda un Rainbow così gremito e festante, con
tanto di singalong per la maggior parte delle canzoni. Già, perché
comunque K, ai bei tempi che furono
(’96-’97, ricordate?) il suo milioncino di copie l’ha venduto; poi è
sopraggiunto l’oblio, veloce e inesorabile quanto l’ascesa. Fino al
ritorno del recentissimo Strangefolk, di cui pochi ufficialmente sembrano essersi accorti, anche perché ormai Crispian Mills e i suoi giocano in minor league;
le radio, la tv, il grosso circuito dei concerti sono un miraggio che
sembra vecchio di trent’anni, altro che dieci. E poi però capita che
sul palco trovi una band dall’impatto esplosivo, con un repertorio
tutt’altro che ammuffito, anzi a prova di bomba (per proseguire con la
metafora); il tempo, ancorché spietato, è dalla loro parte, perché Hey Dude, Tattva e Govinda oggi suonano come stramaledetti classici rock (sì, rock;
mica è una parolaccia): la prova on stage non può mentire. E non ha
neanche senso parlare di revival, visto che revivalisti i quattro lo
sono stati dal momento di imbracciare chitarre ed armamentari vari che
più vintage non si può. Il punto, forse, è che ci si è scordati cosa
sia, ‘sto benedetto rock; ironia della sorte, doveva ricordarcelo una band che tutti credono fantasma…
Il citato best seller K viene prevedibilmente preso d’assalto, lasciando spazio anche per il figliol prodigo Peasant, Pigs & Astronauts (l’apertura di Sound Of Drums,Shower Your Love) e per l’ultimo arrivato Strangefolk, al quale l’alchimia sul palco giova parecchio (vedi Die For Love, il bis divertente e divertito bis di Great Dictator); se proprio dobbiamo segnalare un highlight, scegliamo i tre minuti tiratissimi di 303.
E non solo per la forma strepitosa di Crispian, performer aggressivo,
dirompente, inesauribile (più che un uomo, un grumo di cromosomi Tom
Petty, Paul Weller, Brian Jones, Jimi Hendrix, Pete Townshend, George
Harrison e Bob Dylan). In generale, colpisce la qualità della musica
dei Kula, che non ci ricordavamo così viva e vibrante nei toni,
intrattenente e stimolante nel songwriting; passare all’interno dello
stesso brano dall’acidità elettrica dylaniana a un middle eight
melodico pienamente beatlesiano, con raccordi chitarristici di marca
Who, sulla carta è un Frankenstein da cover band all’ultimo stadio. E
invece no, mannaggia, ché i quattro lo fanno con una naturalezza
talmente plausibile che alla fine arrivano soltanto le pure vibrazioni, e a quel paese elucubrazioni e snobismi. Chi l’avrebbe detto. Rock and roll can never die. Nemmeno nel 2007.
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