Recensioni

6.6

Nove anni sono passati da quel Severant che su queste pagine non elogiavamo granché – riconoscendone comunque alcuni pregi. A nove anni di distanza dall’esordio di Jamie Teasdale ci ritroviamo tra le mani questo nuovo Infinite Window (in mezzo, un altro disco e un EP) e la sensazione di un deja-vu è ingombrante.

D’altronde lo ammette lui stesso: in questi sette anni di assenza dal progetto Kuedo le esperienze sono state tante (principalmente nell’ambito delle soundtrack e del sound design pubblicitario), e Infinite Window è di fatto una rielaborazione di bozzetti appuntati nel corso del tempo. Forse solo in quest’ottica – e con questa premessa – dobbiamo approcciarci a un lavoro che è né più e né meno un’appendice di Severant; acrilici trap e pop, super patinati e hi-tech, per affreschi cosmico/cinematografici che ben si declinano sulla Brainfeeder di Flying Lotus che ne ha curato la pubblicazione.

Il digitalismo in 4k del synth che apre il disco e la retromania 80s di Sliding Through Our Fingers si evolve in uno dei pochi pezzi davvero movimentati del lotto, una Harlequein Hallway (gli altri sono Time Glide e Shadow Dance) dove i bassi sfidano i coni dell’impianto, i beat sono lame di vetro e le melodie incessanti sciami. Più spesso, invece, Teasdale si concentra a creare ritmi attraverso pattern ripetitivi che magnificano uno sguardo fantascentifico (la title track) o arpeggi al Jarre che – guarda caso – era già metro di paragone all’esordio (Aeolian Bodies); parliamo di riferimenti, e quello più (ab)usato, parlando di Kuedo, è sicuramente Vangelis: d’altronde c’è più di qualche motivo per cui Teasdale è stato scelto insieme a Flying Lotus per curare la colonna sonora di Blade Runner: Black Out 2022anime del 2017, e sarebbe stato interessante sentirlo anche nel remake firmato nello stesso anno da Villeneuve. Un ottimo esempio qui lo forniscono l’impressionismo ambientale di Paradise Water o la rarefazione del clavicembalo sintetico nella conclusiva Never, che riallaccia anche moltissime cose con il medioevo digitale di OPN.

Se tra i nomi, insomma, che hanno guidato l’ispirazione di Kuedo per questa sua personale discesa a patti con il “sé stesso del passato” ci sono (oltre a Tangerine Dream e Jlin) anche Frank Ocean e The Weeknd, in realtà il tutto è più un uroboro che rincorre la propria coda, vista l’importanza che proprio il post-dubstep interpretato da Teasdale ha avuto nel delineare le traiettorie del(l’hi)pop anni ’10. In quella che sembra quasi la ricerca di definire una classicità del genere, vince la sensazione di un cerchio che si chiude, o che continua a rimescolarsi, che dir si voglia, in una personale new age. D’altra parte proprio questo continuo ricircolo ne è fin da principio il propellente principale.

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