Recensioni

Nicolas Cage, star del cinema e martire della memestetica (per citare la storica dell’arte Valentina Tanni). Nessun altro attore, prima di lui, ha visto il suo volto diffuso in maniera massiccia sul web come base per i meme più disparati, da quello ormai vetusto del you don’t say a quello più recente, nato su TikTok, che lo vede affiancare Pedro Pascal in una scena tratta da Il talento di Mr. C.
Il regista norvegese Kristoffer Borgli, classe 1985, è abbastanza giovane da aver vissuto in prima persona questo fenomeno mediatico, e non solo come semplice utente, visto che già nel suo precedente Sick of Myself rifletteva, in chiave assurda e tragicomica, sulla ricerca ossessiva di visibilità sui social e non solo. In Dream Scenario, primo film in lingua inglese di Borgli, il regista e sceneggiatore allarga il suo campo di riflessione chiedendosi cosa succede se tale fama arriva senza che il soggetto coinvolto possa fare qualcosa per controllare la propria immagine. Come nel caso dei meme, appunto. E lo fa scegliendo non solo un attore che questa tendenza l’ha conosciuta per davvero, ma anche ispirandosi a un meme molto noto, quello di Ever dream this man? (o “This man“).
Nel 2008 il sociologo italiano Andrea Natella creò un sito in cui pubblicò il volto di un uomo, scrivendo che quella figura sconosciuta era stata sognata da diverse persone. Il primo soggetto a dichiarare di aver sognato l’uomo misterioso, scriveva Natella, sarebbe stato il paziente di uno psichiatra di New York. La cosa si è poi diffusa a macchia d’olio, fino a diventare virale e a raggiungere persino lo status di leggenda metropolitana. È proprio questo il punto di partenza di Dream Scenario: l’uomo che tutti sognano è Paul Matthews, un ordinario professore di biologia, un uomo qualunque di mezza età, descritto anche come piuttosto noioso. Talmente tanto che persino nei sogni è una figura passiva, solo di passaggio, e lo scopriamo fin da subito con un inizio di impatto: sua figlia viene inghiottita da un tornando nel giardino di casa mentre Paul spazza le foglie, lei urla invocando aiuto ma lui resta lì, impassibile. Come lo è nella vita vera, dove non riesce ad affrontare vecchi colleghi che hanno rubato il suo lavoro di ricerca mentre lui è ancora fermo al rango di professore (poteva andargli peggio: poteva ammalarsi di cancro e mettersi a produrre meth).
Paul inizia prima a sentirsi osservato per strada, poi a ricevere messaggi sul suo profilo Facebook, capendo così di essere sognato da numerose persone in tutto il mondo. La cosa lo diverte, ma presto la sua passività nei sogni comincia a stargli stretta.
Quello dell’ “uomo qualunque” è un modello narrativo abbastanza ricorrente, e sarà un caso che si assomigliano sempre tutti (calvi, maschi, occhiali da vista brutti, abbigliamento scuro, come Cage in questo film o Christian Slater in He Was a Quiet Man). Nel Meet John Doe di Frank Capra (1941), l’uomo qualunque era Gary Cooper, ben più affascinante degli esempi citati prima. Nel film una giornalista, furiosa per essere stata licenziata, pubblica su un giornale una finta lettera inventandosi un uomo, tale John Doe (il nome che, negli Stati Uniti, viene attribuito d’ufficio ai cadaveri di sconosciuti), che annuncia di volersi suicidare da lì ad un anno perché deluso dalla società. Il successo della lettera indurrà il giornale a riassumere Anna, la quale, rivelando di essere lei l’autrice e di essere l’unica in grado di portare avanti la farsa, si trova costretta ad assumere un ex-giocatore di baseball diventato un vagabondo, John Willough detto “il lungo”, a personificare John Doe. La cosa sfuggirà di mano, perché la figura dell’ “uomo onesto” quale John Doe sarà sfruttata dal proprietario del giornale per fini politici, ma Doe intende rispettare la parola data preparandosi al suo suicidio annunciato. In un’epoca in cui i poteri forti chiedevano un cinema d’evasione in pieno conflitto mondiale, in cui gli operai apparivano felici e puliti, la commedia di Frank Capra voleva essere un attacco contro i media e la politica, pronti a sfruttare l’ingenuità e la bontà di cuore degli “uomini qualunque”. Ma se il personaggio di Gary Cooper trionfa come esempio di moralità, in Dream Scenario succede l’esatto opposto.
Paul, che qualcosa in più dei suoi altri colleghi everyman ce l’ha (una moglie che lo ama, ad esempio), diventa improvvisamente famoso, viene invitato ai talk e corteggiato dalle agenzie di comunicazione, mondo già esplorato, lo ripetiamo, in Sick of Myself. Anche stavolta Borgli attacca il mondo pubblicitario, ma se nell’opera precedente lo faceva con un cinismo spietato, qui preferisce il tono della commedia grottesca, in cui tale Trent (Michael Cera), capo dell’agenzia Thoughts, intrattiene con il protagonista un dialogo al limite del surreale. Trent vorrebbe renderlo un influencer, Paul decide di approfittarne della situazione nella speranza di pubblicare il suo libro sul comportamento sociale delle formiche. Un libro che lui non ha mai scritto, nonostante ci pensi da anni e nonostante abbia tutte le condizioni per farlo. L’uomo qualunque di Borgli, insomma, è un frustrato, esattamente come lo era Signe, la protagonista di Sick of Myself. Ma se nel secondo caso era lei a procurarsi volontariamente una malattia per attirare l’attenzione pubblica su di sé, in Dream Scenario Paul non ha il controllo della propria immagine, diventata improvvisamente virale. Come un meme.
A un certo punto, infatti, Paul inizia ad avere un ruolo attivo nei sogni della gente che, improvvisamente, diventano incubi. L’uomo (o meglio, la proiezione onirica dell’uomo) inizia ad uccidere, aggredire e spaventare tutti, persino la figlia. Talmente tanto che si troverà costretto a pubblicare un video di scuse in piena autocommiserazione. Fino a quel momento il film ha un buon ritmo e intrattiene, mantenendosi sempre sul registro della commedia. Purtroppo rallenta la presa nell’atto finale, con una svolta alla Black Mirror un po’ frettolosa che ci ripete, ancora una volta, che i media possono essere il male assoluto e avere il totale controllo dei nostri pensieri, anche nei sogni. La pubblicità, infatti, ha imparato la lezione di Paul e ha scoperto il potere di occupare il sonno della gente, tramite un braccialetto elettronico. Il tutto con un’aria di eccessivo ottimismo e gioia da parte degli influencer passeggeri nei sogni, rendendo la cosa ancora più grottesca.
Paul, invece, ha finalmente pubblicato il suo libro, che no, non parla di biologia ma della sua storia. Con ancora l’agenzia di comunicazione attaccata al collo nonostante Paul sia stato cancellato, perché i media occupano tutti gli spazi, anche quelli “della destra alternativa”, come dice Trent.
La storia di Paul sembra essere straordinaria, e invece il suo desiderio di visibilità è ciò che caratterizza l’uomo qualunque di oggi. Non è lo spazio giusto per fare un’analisi sociologica, ma l’effetto dei social media è sotto gli occhi di tutti, e nel film viene rappresentato anche attraverso tinte horror (Bogli è uno che sa giocare con i diversi linguaggi cinematografici). L’adrenalina dei like è soltanto un altro sintomo del desiderio di essere visti, e il web ha reso la popolarità più facile, ma anche più effimera. Con il risultato che, anche se il tempo passa e i fenomeni vengono dimenticati, l’immagine resta. Anche sotto forma di meme, anche quelli più vecchi che continuiamo a ricordare pure con un pizzico di nostalgia, che sia l’uomo dei sogni o Nicolas Cage arrabbiato. Quest’idea il film l’aveva espressa perfettamente per buona parte del tempo, perciò gli ultimi venti minuti sembrano una parte sconnessa, utile più che altro ad allungare il brodo (per una pellicola che dura un’ora e mezza è, ahimé, una fetta importante).
Dream Scenario resta comunque un buon film da vedere, divertente, e Kristoffer Bogli un regista “nuovo” da tenere d’occhio, perché il suo sguardo sul presente sa essere cinico e davvero interessante.
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