Recensioni

7.4

I riflettori ad accendersi sull’album di debutto di Koreless erano tanti già in partenza. Un po’ perché l’album in questione, Agor, ha preso forma nel corso di un iter di lavorazione durato più di un lustro, a seguire quanto di promettente fatto ascoltare con il primo singolo 4AD del 2011, dunque risalente alla bellezza di un decennio fa, e con l’EP maggiormente chill Yugen del 2013. Tempi non usuali per le promesse ben lanciate che hanno fretta e furia di affermarsi in zona dancefloor. Il producer gallese, all’anagrafe Lewis Roberts, se ne è però fregato, forte anche di collaborazioni di peso, in studio e dal vivo, prima fra tutte quella con FKA twigs per Magdalene. 

Ad ogni modo, questi abbondanti cinque anni di work in progress non hanno per fortuna condotto a un monolite di auto-indulgenza, visto che i dieci brani nella scaletta di Agor ammontano a circa mezzora di perfetta durata. Il singolo di sfondamento Joy Squad, una bellezza di rifrazioni digitali in tachicardica frammentazione, è finito subito nelle playlist di gente come Caribou e Jamie xx, amplificando l’hype. Agor in lingua gallese significa “open”, “aperto”. Koreless ha senz’altro aperto the doors of perception verso la ricerca e, in qualche modo, il verde della vegetazione che si fa largo a chiazze tra le maglie metalliche di una rete, nell’artwork del visual artist Daniel Swan, equivale a una vita brulicante sotto alla superficie delle cose. Artwork che è il frutto di un viaggio sulle montagne nei pressi di Snowdonia, dove Roberts e Swan hanno costruito una serie di portali da imboccare verso la foresta, in una pulsione technologica-horror-sci-fi affine al punto di riferimento J.G. Ballard (e di conseguenza a David Cronenberg, e di riflessa conseguenza non troppo distante da quella degli Squid di Bright Green Field). Roberts spiega: «Quando si tratta della manipolazione del tempo e della percezione del tempo, penso allo scrittore Ballard. Nel romanzo Crash, Ballard descrive un incidente automobilistico con una tale perizia di dettagli clinici che l’incidente smette di essere un evento orribile e diventa un atto paragonabile a quello di sbucciare un fico. Quindi, in quel processo, anche la cosa più violenta può diventare affascinante e comprensibile. Sono interessato al rallentamento. Negli eventi violenti che si verificano così lentamente da diventare quasi meravigliosi».

Roberts è stato sempre avvezzo d’altronde alla natura, alla calma, all’osservazione, cresciuto – e per una volta tanto le note biografiche danno una mano alla comprensione del (con)testo – in una provincia costiera, habitué delle rive dei fiumi e poco dopo addirittura studioso di Ingegneria Navale, tanto da collegare mentalmente le onde dei synth a quelle delle acque. Un’osservazione che, applicata ad Agor, alle sue strutture, alle sue trame e ai suoi minuziosi dettagli, ha sconfinato nell’ossessione, rischiando di farlo sprofondare in una crisi maniacale dalla quale era difficile riemergere, e che lo ha portato anche a utilizzare attrezzature non progettate per gli scopi sonori originali, persino a sposare una risolutiva visione heavy metal della chiave di arrangiamento del tutto. 

Agor si spalanca, dunque, e non si può che finirci dentro a capofitto, tra cadenze house e melodie pop, frenate ambient, sperimentazione, campionamenti al microscopio e calibrati elementi di classica contemporanea. Dai battiti sfavillanti ed estatici dell’introduttiva Yonder, breve ma assolutamente funzionale al pari degli altri semi-intermezzi Primes, Act(s) ed Hence, alle avviluppanti e conturbanti iridescenze di Black Rainbow, sia tribali sia cibernetiche, sino ai vocal sinfonici, filo-pastorali di White Picket Fence – immaginate Caroline Polachek intrappolata con stupore estatico in una tela elettronica di Lorenzo Senni – e alla succitata Joy Squad. Menzioni ulteriori per Shellshock, potenziale tormentone affine a certe trovate eleganti, algide, catchy dell’Alex Banks di Illuminate, e per episodi esplicitamente influenzati da compositori d’antan quali il barone Benjamin Britten, come avviene nell’incantevole Frozen e nella conclusiva Strangers. Immersione consigliata. 

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