Recensioni

Non è facile, si dice, arrivare al disco d’esordio con addosso l’attesa di chi ha qualcosa da dover dimostrare. I Kokoroko, reduci dal successo virale quasi inspiegabile della loro Abusey Junction – catartica ballata funk lisergica che veleggiando sugli algoritmi di YouTube si è guadagnata una cinquantina di milioni di visualizzazioni e ascolti, si sono così scontrati con una carriera partita ancora prima di aver realizzato un disco. Eppure, nonostante le logiche che sottendono gli algoritmi siano perlopiù insondabili, l’elemento umano ha un suo ruolo. Per farla semplice: evidentemente quel pezzo ha toccato corde giuste, ha scaldato i cuori. Allora posizionata in chiusura di una compilation curata da Gilles Peterson (We Out Here, 2018) che ruotava attorno alla scena nu-jazz londinese, Abusey Junction ha trainato col suo successo il primo EP dell’ottetto di stanza a Londra (per loro in realtà «un mezzo fiasco», ci ha detto Onome Edgeworth) e una stagione intensissima di concerti in giro per il mondo. Ora i Nostri arrivano al debutto lungo con un’alchimia pressoché perfetta e con nessun timore reverenziale.
Basta un’apertura come Tojo, che trasporta nella nightlife del golfo di Guinea con synth funk psichedelici, a chiarire l’intenzione di una ricerca larga e senza paletti mirata ad abbracciare quante più sfumature del soul afrodiasporico. Le tracce si innestano allora una sull’altra in un discorso fluido, che riesce a trasportare come sono soliti e abili fare dal vivo (ovvio, i loro concerti sono un’altra cosa, e ve la consigliamo caldamente): Ewa Inu rincorre Fela senza volerlo acciuffare mai, la meravigliosa Age of Ascent invece sintetizza quello che è il merito più grande della formazione: saper parlare con i soli dialoghi e intrecci dei fiati che ora si uniscono, ora tracciano melodie muovendosi in improvvisazioni morbide (qui fa capolino tutta l’atmosfera del nuovo jazz londinese). Lo dimostrano spesso, anche quando le cose si fanno più movimentate con l’afrobeat quasi scolastico ma irresistibile di War Dance o di We Give Thanks, singolo quest’ultimo che insieme alla già citata Age of Ascent e all’amalgama di jazz acido di Something’s Going On anticipava egregiamente la varietà presente nel lavoro. Home è una malinconica carezza quasi ancestrale, mentre è da sottolineare, infine, anche il passaggio più cantato del lotto: il soul di Those Good Times, che testimonia con il suo affascinante disegno vocale un affiatamento che trascende la formazione andando a investire anche chi ascolta.
Could We Be More racchiude l’anima vibrante e colorata delle sfumature calde dell’alba e del tramonto. Le ombre diventano sì più lunghe – e il disco è nato in mesi difficili per l’umanità intera, quelli dell’esplosione pandemica – ma gli otto sembrano invitarci a un rito collettivo in cui ritrovare la bellezza.
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