Dalle radici fino al cielo. Intervista ai Kokoroko
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Mauro Bonomo
- 12 Luglio 2022
A poco più di quattro anni dall’uscita di un brano per la compilation We Out There di Brownswood Recordings, l’ottetto britannico dei Kokoroko arriva al debutto lungo con alle spalle un successo che si può, senza timore di esagerazioni, definire internazionale. Se allora qualcuno glielo avesse predetto, probabilmente nessuno di loro ci avrebbe creduto. Ma intanto Abusey Junction è stata ascoltata in streaming qualcosa come 100 milioni di volte (tra Spotify e YouTube), aprendo loro le porte di club, festival e rassegne in giro per il mondo. E loro, giustamente, le hanno varcate e hanno suonato, suonato e ancora suonato.
Pandemia permettendo. Could We Be More è in arrivo, sempre sulla Brownswood di Gilles Peterson, tra poco meno di un mese. Intanto i londinesi arrivano in Italia per tre date: a Cesena, il 12 luglio ospiti della rassegna Acieloaperto, a Milano – il giorno successivo – per un’anteprima di JazzMi e infine all’interno di VIVA! il 4 agosto.
E proprio dal loro rapporto con l’Italia inizia in un certo senso la mia chiacchierata con Onome Edgeworth, percussionista e tra i fondatori del nucleo iniziale del progetto insieme a Sheila Maurice-Grey.
Ciao Onome, partiamo dalle classiche domande per rompere il ghiaccio, ovvero da quanto è attivo il progetto, e come è nato?
Abbiamo iniziato a suonare insieme circa sei anni fa. All’inizio la formazione era diversa da quella di oggi: è nato tutto un po’ quasi come hobby: non avevamo nemmeno un nome, semplicemente suonavamo in un pub dove lavoravano alcuni amici, facevamo cover principalmente. Dopo qualche anno abbiamo registrato Abusey Junction per la compilation di Brownswood e poco dopo anche il nostro EP omonimo: e da lì le cose hanno preso il volo. E tra l’altro il nostro primo concerto vero e proprio possiamo dire che è stato in Italia, a Torino nel 2017.
Ecco, ma com’è stato essere travolti dal successo quasi virale di Abusey Junction?
È successo forse nel modo migliore possibile. Quando la canzone è uscita nessuno l’ha notata, poi siamo tornati a guardare dopo qualche mese e aveva un milione di visualizzazioni su YouTube. Abbiamo guardato di nuovo dopo un po’ e ne aveva guadagnati altri… Per noi e per molti artisti quando si mette al mondo qualcosa non è più legato a te. Ha solo una sua vita, quindi puoi “controllarla”, ma non è più davvero tuo: e penso che la cosa più bella che ci ha regalato il successo di questo brano sia stato che la gente ha avuto davvero voglia di vederci suonare dal vivo. Un paio di anni dopo, mi pare nel 2019, abbiamo fatto quasi novanta concerti.
Adesso arrivate al disco di debutto, Could We Be More, con alle spalle già un grande successo: pensi che queste aspettative vi abbiano creato un po’ di pressione o lo vedi più come un altro pezzo del puzzle?
Un altro pezzo del puzzle. E non vedo l’ora perché allargherà lo spettro di quello che la gente si aspetta da noi: se una persona ci viene a sentire dal vivo, si accorge che lo show è molto diverso dal sound di Abusey. Quindi sì, siamo contenti di aver potuto raccontare le cose in maniera più dettagliata, curandole in maniera diversa.
Infatti, volevo proprio chiederti com’era stata l’esperienza in studio…
Sì, questa è stata la prima volta in cui ci siamo dedicati interamente alle registrazioni. Prima avevamo avuto esperienze molto frammentarie e soprattutto con l’EP (Kokoroko (2019) siamo rimasti abbastanza insoddisfatti: quel lavoro sull’EP ci ha insegnato molto, in effetti. Ci siamo accorti che non basta arrivare lì e suonare: prima di tutto non c’è il pubblico! E noi abbiamo un rapporto fondamentale con l’audience. E poi perché ovviamente è un’altra cosa, è uno strumento diverso. Puoi fare cose che dal vivo non puoi fare e viceversa. Così ci siamo proprio chiusi in uno studio, abbiamo registrato, avevamo tutte le comodità. Abbiamo vissuto insieme, lavorato insieme, abbiamo trovato un produttore che è stato davvero come un interprete che ha saputo darci una direzione e rendere al meglio quello che avevamo da dire. Adesso infatti ci sentiamo molto cresciuti anche da questo punto di vista – non vediamo l’ora di registrare un altro disco!
Quindi da quanto capisco vi siete proprio fermati per un po’ e dedicati al disco…
Esatto, abbiamo trovato questo vecchio studio di registrazione nel sud dell’Inghilterra, vicino al mare. Siamo stati lì una settimana a scrivere, poi tornati a Londra abbiamo lavorato sul materiale e poi siamo tornati a registrare. Un posto incredibile, strano, dove un tempo registravano christian rock, pensa. Molti degli amplificatori d’epoca che avevano lì abbiamo usati anche nel disco, il che secondo me è appropriato perché in un certo senso la nostra musica ha quelle vibrazioni anni ’70…
Assolutamente, infatti dimmi un po’ del retroterra che vi accomuna e delle “memorie musicali” condivise e non all’interno della band. C’è Fela, ci sono i Funkees, c’è Ebo Taylor…
All’inizio eravamo una cover band principalmente: nei nostri show il 70% della scaletta erano cover. In un certo senso volevamo rispettare quel mondo e approcciarlo. Poi è arrivato il momento di abbandonare quel che avevamo studiato e di iniziare a creare, e siamo arrivati a questo disco. E il nostro modo per cercare di innovare, di andare in un’altra direzione, credo sia stato quello di rompere ogni struttura e fare un disco molto vario. Non riesco a dirti un genere preciso per il nostro album. Ognuno di noi scrive diversamente, arriva da contesti familiari diversi, e la cosa bella è che magari – facendo ascoltare un pezzo agli altri – si trovano suggestioni del tipo “ah, questo pezzo mi ricorda…” “oh, è vero!”.

E questo è uno dei lati più cool di Londra: essere immersi in una miriade di influenze. Cosa mi dici della scena? È in piena ebollizione nu-jazz, soul. Penso a Shabaka, agli Ezra Collective (con i quali avete anche collaborato)…
Per me Londra è fondamentale, è il posto migliore in cui potremmo essere. Quando eravamo più giovani imperversava il grime ovviamente. E penso in effetti che quelle dinamiche, in cui il contatto col pubblico è parte integrante dei live, ci abbiano fatti crescere e siano entrate nel nostro modo di vivere la musica dal vivo.
E adesso, cosa ascoltano i giovani di Londra?
Beh, sicuramente c’è ancora molto hip hop, va forte. Però ti dico: ci sono tanti ragazzi anche ai concerti jazz, c’è un bel fermento. E siamo felici perché speravamo in un cambiamento del genere, e se vieni a un nostro concerto adesso il nostro pubblico è davvero giovane!
E cosa mi dici del vostro rapporto con Brownswood e Gilles Peterson? Non dev’essere neanche facile coordinare un gruppo come il vostro: siete comunque otto persone!
Siamo super felici: fin dall’inizio ci hanno dato tutto lo spazio per crescere e accuditi, ci hanno sempre sostenuti con pazienza. E sì, infatti! Hanno sempre saputo conciliare le nostre esigenze, perché vuoi o non vuoi è un incubo (ride, ndSA) mettere insieme otto caratteri, otto calendari, otto vite…!
Lo credo! Ma invece: «Could We Be More»? Avete una risposta a questa domanda?
Sì. Non è una domanda, non è un’affermazione. [pausa, ndSA] Sapevi che ti avrei risposto così!
Un po’ lo pensavo, devo ammetterlo! Ma chissà, poteva esserci qualche retroscena…
No beh, è una frase che è uscita mentre lo registravamo, ed è rimasta. A ognuno stimola suggestioni diverse. A qualcuno di noi non dice granché, ad altri invece sì… Penso che sia un concetto che riflette il disco! Poi, lo dicevamo, come con la musica non puoi controllare davvero il significato di una frase una volta che l’hai espressa.
Infatti, me l’hai detto: non vedete l’ora di farne un altro!
Esatto, è vero [ride, ndSA]. Ma anche di suonare e continuare a portare la nostra musica in giro, è quella la nostra dimensione.
