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Il futuro è cosa vecchia. Questo Escapology rappresenta la parte musicale-strumentale di un concept multimedialmente più ricco che Kode9 sta covando da tempo, Astro-Darien, che uscirà a ottobre come vero e proprio audiosaggio di 26 minuti per Flatlines, la costola di Hyperdub nata nel 2019 per accogliere progetti di questo tipo (il primo pubblicato, On Vanishing Land, era opera del vate Mark Fisher e di un altro Zero-autore hauntologico, Justin Barton). Si tratta di una sonic fiction: c’è una storia fantascientifico-distopica dietro questa musica, ruminata durante un road trip solitario sulla costa nord scozzese tra un lockdown e l’altro.

Una sorta di «simulazione geopolitica generata da una intelligenza artificiale» (cito da alcune interviste), con dei «robot scozzesi» a parlare sopra una ambience elettronica disturbante, per raccontare un esodo di massa, «post-Brexit e post-indipendenza della Scozia», verso lo spazio, con le élite incartapecorite della terra autorelegatesi a marcire su un pianeta definitivamente in dismissione. Astro-Darien va pensato, dice Kode9, come il videogioco che ti fa vivere da dentro tutto questo, mentre Escapology ne è la colonna sonora, idealmente da ascoltare immersi nella accogliente passività totale di un buio pesto di fronte alle cinquanta casse dell’Acusmonium di Francois Bayle (cosa questa realmente accaduta nell’ottobre 2021, per una sorta di premiere esoterica). Il futuro è cosa vecchia. Le fonti che Kode9 elenca con grande generosità e ordine quasi architettonico, tra film, giochi, saggi e theory fiction: Elysium di Neill Blomkamp, Grand Theft Auto, Death Stranding di Hideo Kojima, Space Settlements di Fred Sharmen, Body Problem di Cixin Liu.

Bene, tutto questo – che non può non avere un retrogusto alla Mission: It’s Possible di Dionisio Capuano – ve l’abbiamo detto per dovere di cronaca. Ma anche perché non è che avremmo avuto molto più da dire. Il futuro è cosa vecchia. Il disco si apre con trivelle da insediamento spaziale e procede, in mezzo a tante cosine lunghe attorno al minuto e che potremmo senza troppi sensi di colpa definire degli skit vagamente noiseggianti, tra bolle e palpiti di neotribalismo elettronico che suonano come avrebbero potuto dieci anni puliti puliti fa. Non è un caso se uno dei pezzi – come dire – più musicali della scaletta – sono una manciata – come Lagrange Point, è qualcosa come una jungle ripensata alla luce della juke. Proprio dieci anni fa, la prima volta che lo avevo incontrato al Club to Club, Kode9 ci aveva detto di essersi rotto le palle della teoria e che voleva solo fare musica.

Ma la ricerca – e il post-strutturalismo, e le sue waves cicliche – è come una droga, smettere è difficile, e a me sembra che sia successo praticamente l’opposto, e che quindi, passando anche per espliciti ritorni a vecchi amori come la “guerra sonica”, Kode9 forse non avrebbe voluto ma ha messo la progettualità davanti a tutto il resto. Questo non è un male in senso assoluto. Abbiamo citato prima Mission: It’s Possible, serie che ci aveva insegnato una cosa importante: che la musica di ricerca passa dalla ricerca della musica.

E noi una musica che non sia (solo) suono la aspettiamo, una musica trans- e post-sonica, buona da pensare prima ancora che da ascoltare, direbbe Lévi-Strauss. Ma qui Kode9 ci sembra in fondo dica solo che il nostro futuro è cosa vecchia.

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