Recensioni

6.7

Arrivano ancora buone nuove dallo Stivale, e dopo gli exploit di Jennifer Gentle e Settlefish, stavolta è il turno della dark-wave dei Klimt 1918. Grazie anche al coraggio di un’etichetta straniera (tedesca nella fattispecie) come la Prophecy, possiamo assistere oggi all’opera di scardinamento di quell’ immobilismo che per anni non ha permesso ai gruppi nostrani di valicare le alpi e di godere di un minimo di visibilità in ambito internazionale.

Questa band capitolina, con un passato che affonda le proprie radici nel metal, si affaccia al fatidico secondo album forte di una serie di canzoni solide come rocce ed equamente divise tra dark wave (Snow Of ’85) – quelle valsegli gli accostamenti ai colleghi Interpol – ed un pop chitarristico alla U2 prima maniera (They Were Wed By The Sea).

Brani che rivelano la maestria dei quattro nell’intrecciare arrangiamenti stratificati e complessi intorno a melodie di rara presa e freschezza, riuscendo nel difficile compito di non affossarle, anzi esaltandole.

Potendo far affidamento su una colonna vertebrale incrollabile, magistralmente sostenuta da un drumming perpetuo, il gruppo sembrerebbe però adagiarsi col passare dei minuti, favorendo qualche calo di concentrazione ed offrendo terreno fertile al pericoloso spettro della monotonia.

Tutto infatti gravita intorno al rodato espediente della tensione tenuta al guinzaglio e liberata, facendola deflagrare in prossimità delle aperture epiche e magniloquenti del ritornello, in un continuo gioco di pieni-vuoti che, pur funzionando a meraviglia nella riuscitissima Rachel, alla lunga mostra la corda (Lomo, Sleepwalk In Rome).

Nulla di grave comunque, poiché con tali doti compositive è difficile non prevedere (e augurare) loro un fulgido futuro, finanche oltremanica o oltreoceano, magari facendosi promettere – come contropartita – di liberarsi dagli eccessi enfatici che talvolta ne soffocano l’indole melodica.

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