Recensioni

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Kitty, Daisy & Lewis sono ragazzi prodigio e figli d’arte: la madre era la batterista delle Raincoats mentre il padre è un insegnante di chitarra jazz e proprietario di una casa di registrazione. Nati e cresciuti assieme respirando i più disparati generi e stili musicali, i giovani fratelli Durham sono diventati esperti polistrumentisti (ai live suonando di tutto, dalla classicissima chitarra al banjo, dal contrabbasso all’ukulele e chi più ne ha più ne metta) e la loro musica è andata di conseguenza, in particolare intercettando le coordinate del blues come dell’r&b e del rock‘n roll. La risultante è sempre stata quella di un sound piacevolmente retrò, con un bel tocco analogico, in grado di riportarti a decadi passate senza perderci in freschezza e contemporaneità.

Dopo essersi fatti apprezzare da famosi artisti del calibro di Amy Winehouse e David Lynch, questo quarto lavoro li vede tornare all’autoproduzione dopo che il disco precedente aveva visto Mick Jones dei Clash in console. Un ritorno ai primi due album dunque, al netto di quell’impronta ska che conferiva una certa spensieratezza al loro sound, in perfetta coerenza dunque con la formula onnivora che oltre ai sopraccitati generi si è sempre nutrita di rockabilly, surf, qualche venuzza soul e un pizzico di punk.

Sicuramente più maturo e ragionato, ma non per questo meno spontaneo, Superscope dimostra sin dal primo singolo (Down on my Knees) che la band non ha rinunciato alle ritmiche serrate e vivaci. In apertura troviamo la blueseggiante You’re so fine, mentre Black Van si tinge di sfumature surf e Love Me si configura come una ballata d’altri tempi presa in prestito da un crooner degli anni ’50. In chiusura Broccoli Tempura ci regala un bellissimo organo all’interno di un momento totalmente strumentale. In sintesi, il loro lavoro più consapevole e riuscito.

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