Recensioni

Radicato ai suoni della propria terra ma con uno sguardo vivace e curioso proietta verso nuovi modi di raccontare il mondo fuori e dentro di sé. Parliamo di King Creosote, al secolo Kenny Anderson, con un curriculum che vanta ‘appena’ venticinque anni di attività scissi tra lavori discografici, autoproduzioni: da Kenny And Beth’s Musakal Botrides (2003) in poi, l’attività del cantautore scozzese ha confermato la sua nota prolificità con gli album Rocket D.I.Y. (2005), KC Rules OK (2006), Bombshell (2007), Flick The Vs (2009), mentre è del 2011 la collaborazione con Jon Hopkins grazie al disco Diamond Mine (con il brano Bats in the Attic a segnare il confine di una scelta stilistica che prende le mosse dal folk per esplodere in territori inaspettati). Tema, questo, che sarà manifesto programmatico nell’album del 2014 From Scotland With Love, colonna sonora di un film documentario sulla propria amata terra e che verrà suggellato nell’uscita del 2016 Astronauts meets Appleman, dove la drone-folk si conferma espediente per raccontare il paesaggio bucolico che si dipana dinnanzi agli occhi del Nostro con il fascino trasognato di chi ha trovato la formula magica per far coesistere tradizione e (delicata) innovazione.
Più ragionato e con una lavorazione che si è protesa dal 2016 fino alla prima parte del 2020 – con materiale pescato da vecchie registrazioni domestiche e testi chiusi già da tempo nel cassetto, I DES arriva a distanza di 7 anni dall’ultima prova discografica. Il titolo del disco è un omaggio dichiarato al polistrumentista e co-producer di vecchia data Derek “DES” O’Neil che, insieme ad Anderson, si è lasciato stregare dalla rilettura della corposa opera di David Stubbs, Future Days: Krautrock and Building of Modern Germany, che analizza con rigore l’influenza esercitata da artisti del calibro di Faust, Neu!, Cluster, Ash Ra Tempel, Amon Düül II, Can e Kraftwerk sulla musica pop.
I DES cavalca questo invisibile corto-circuito dove la drone-folk si mescola con una forma ibrida di pop (Blue Marbled elm Trees) – come in groppa ad alcune produzioni a firma Future Islands – spingendo forte l’acceleratore sulla coabitazione tra i suoni ed umori di una Scozia bucolica e selvaggia in costante dialogo con una natura “meccanica” frutto di vibrafoni, archi, fisarmoniche, campionatori che esplodono ora in un crescendo cinematografico (Burial Bleak, Walter de la Nightmare) altre in una distopica trance dance (Susie Mullen), altre ancora si sgretolano su un tappeto di suoni che sembrano fra convivere le ombre di The Joshua Tree di Bono&Soci e il Bon Iver di 22, A Million (Ides); l’ultima parte dell’album, con circa 50 minuti di ascolti condensati in appena due tracce, raccorda e riconsegna all’ascoltatore un universo di suoni, echi, riverberi, deflagrazioni e pulsioni utili a far comprendere quanto il fiume della creatività sia stato profondo (anche) a questo giro per King Creosote.
Singolare, da questo punto di vista, il dialogo arioso e rassicurante della prima parte dell’album rispetto a quella claustrofobica e quasi opprimente della chiusura; e se si trattasse di un inconscio lascito e timore per un futuro dalle poco rosee aspettative?
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