Recensioni

Pylon, pur essendo il quindicesimo album della carriera ormai trentennale dei Killing Joke, non è un disco da dare per scontato, né tantomeno subitaneo da smaltire. Dopo essere emersa violentemente nei predecessori Absolute Dissent (2010) e MMXII (2012), la propensione verso un’analisi incredibilmente pessimistica delle vicende umane e di quadri degni delle migliori profezie sulla fine del mondo si ripresenta ora, a ben tre anni di distanza dalla scampata catastrofe predetta dai Maya. Un momento di crisi economica, sociale e politica come quello odierno non poteva sfuggire agli occhi invasati di Jaz Coleman, il quale, insieme ai propri compari di band, ha osservato con minuzia le vicissitudini del 2015 per poterle tradurre in un sound ancora più grezzo, lontanissimo dal concetto di labor limae, estremamente primigenio. Non è solo la musica a indicare il disagio antropico su cui si stagliano le dieci tracce di Pylon: i titoli ne sono il primo segno, basti pensare a Dawn of the Hive, War on Freedom e Delete.
L’album si apre con l’elettrificata Autonomous Zone, dai chiari riferimenti industrial e metal – che si diffondono poi lungo l’ascolto, andando a contaminare il post-punk del quintetto di Londra. La già citata Dawn of The Hive si sposta maggiormente sull’heavy metal; qui la voce di Coleman abbraccia i suoni con un corposo effetto echeggiante, lasciando un senso di lontananza e di gelido distacco. In rari sprazzi di Pylon si svela la parte new wave dei Killing Joke, come ad esempio in New Cold War, dove a trainare è una batteria virata su ritmiche disco, e nella danzereccia Euphoria. C’è spazio anche per gli esperimenti funk industriali di una New Jerusalem caratterizzata da una ferocia implacabile che poi si sprigiona anche in I Am The Virus.
Se il mercato musicale attuale ci ha abituati a band longeve che sfornano dischi senza capo né coda giusto per far numero, basandosi più sulla quantità che sulla qualità, Jaz Coleman e soci sembrano essere l’epifania di una controtendenza che si vuole imporre per esprimere ancora una volta i propri ideali, per quanto distopici possano risultare. La creatività non ha abbandonato i Killing Joke, nemmeno nell’album numero 15: le sonorità sono circa le medesime, nulla di particolarmente innovativo (forse un mix tra i primissimi lavori e gli ultimi), ma gli argomenti validi non mancano e di certo nemmeno la schiettezza per sputare in faccia alla realtà.
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