Recensioni

7.5

Spingersi oltre le scelte già di per sé coraggiose del primo album era impresa davvero ardua, ma la band ci ha provato lo stesso, cercando di definire meglio le coordinate del proprio sound. In The Careless Flame l’hip hop è sempre meno un genere di riferimento e sempre più un contenitore da riempire di idee, un atteggiamento con il quale affrontare e interpretare la realtà trasformandola in musica.
Più meditato del suo predecessore, a tratti più aggressivo, ma con la stessa intensità e la stessa imponenza che caratterizzava gli esordi del quartetto, il disco ruota attorno a stili musicali molto diversi tra loro, cercando di mettere d’accordo il jazz, le tecniche di campionamento, il noise e la “cultura” lo-fi. 

C’è poco della purezza dell’hip hop: la maggior parte delle ritmiche non ne rispettano il tipico beat, mentre il rapping è quasi assente, spesso sostituito da cantilene rimate e recitazione.
Tutto il disco è pieno di piacevoli esperimenti, a partire dalla latin-jungle di Dirty Hands in cui i versi si susseguono martellanti, saltellando al ritmo incalzante delle percussioni. Il lo-fi dai tratti orientaleggianti di How Far Can A Dead Man Walk e la splendida calma soffusa e lunare di Days Turn Into Nights sono esempi indiscutibili di grande talento musicale, mentre Birchwood è un’incursione old school degna di un confronto con i Beastie Boys.
Il contrabbasso, anche in questa occasione massicciamente presente, conferisce al suono quell’aria inconfondibilmente “acustica”, che rifiuta la pesantezza dell’elettronica e offre sensibili paragoni con il jazz e le sue evoluzioni, impastati, però, in un campionatore e rivestiti delle sporche vesti della bassa fedeltà (Vermillion, The Spider’s Eyes, The Wine Thief).

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