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I Kikagaku Moyo sono un collettivo nell’accezione più genuina del termine. Non hanno mai fatto mistero della loro coesione, quasi al pari di una famiglia, dalla vita a Tokyo all’attività della band per tour e concerti, fino ai viaggi per trarre nuove ispirazioni sonore. In questo 2018 il gruppo capitanato da Go Kurosawa ha intrapreso numerosi viaggi in Europa, il più significativo dei quali è stato sicuramente a Lisbona, dove la band giapponese ha scelto il producer per il quarto album della carriera, ovvero il musicista jazz Bruno Pernadas. Il contributo del compositore portoghese è evidente: Masana Temples, in controtendenza rispetto alle ultime produzioni, si arricchisce di venature jazz e prog-rock, muovendosi sempre più nella direzione stilistica dei King Gizzard & The Lizard Wizard.

Il termine “Masana” che troviamo nel titolo, è una parola di finzione creata dalla band giapponese per indicare «una sensazione utopica, un’esistenza dove ogni cosa può interagire armoniosamente e offrire ispirazione e comprensione». Una coerente descrizione della natura dell’album, eclettico e spesso disomogeneo, i cui numerosi cambi di genere e ritmo finiscono poi per diventarne il tratto unificante. A dominare è una costante sensazione di imprevedibilità, che non lascia mai intuire come sarà l’episodio successivo. Il risultato è in parte diretta conseguenza del ruolo che l’improvvisazione gioca nel mondo dei Kikagaku Moyo: come dichiarato dalla band in più interviste, infatti, il processo creativo ha sempre inizio con una lunga jam, a cui i membri aggiungono in corso d’opera altri strumenti, sonorità particolari ed intermezzi inusuali per arricchire la costruzione sonora. Inevitabilmente questo modo di agire finisce per favorire la scelta di soluzioni estemporanee e genuine, a scapito di trame più ragionate.

Le vibrazioni e le atmosfere che attraversano le dieci tracce in scaletta mutano di continuo, con aperture estatiche e trame avvolgenti contrapposte ad improvvise cavalcate krautrock. Ciò che non cambia invece è l’approccio del cantante, Go Kurasawa, le cui parole, lente ed ipnotiche, sembrano quasi sussurrate direttamente nell’orecchio dell’ascoltatore. Masana Temples, come House in the Tall Grass (2013), ha una doppia anima, per una metà folk e per l’altra psichedelica. Ma le sonorità di riferimento da cui attinge sono ricche e variegate. Oltre infatti alla primaria influenza dei KG & TLZW, si posso rinvenire gli episodi folk-pop a tinte allucinogene tipiche di Morgan Delt, fughe rock corrosive à la Wooden Shjips, le ritmiche serrate dei Goat. Il disco è tendenzialmente accessibile e di buona qualità, un lavoro di transizione verso nuovi lidi sonori che lascia ben sperare sulla direzione intrapresa.

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