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7.5

DAYTONA ha convinto un po’ tutti (compreso chi scrive), mentre Ye ha suscitato reazioni molto più contrastanti. Ne si può riassumere l’indecifrabilità leggendolo come un ispirato disco di transizione verso non-si-sa-cosa. Tutt’altra roba è Kids See Ghosts, omonimo esordio del progetto in tandem con Kid Cudi. Seppelliti i recenti dissapori tra i due, resta da capire a cosa porti un album collaborativo che si inserisce in fasi personali abbastanza particolari per entrambi: Cudi non ne azzecca una da diversi anni, e delle recenti sbragate di Kanye si è parlato anche troppo. Facendola breve, KSG è la cosa migliore che Kanye abbia fatto da diverso tempo a questa parte. Anche Cudi sembra in discreta forma, e si spera che questo inizio di rilancio sia confermato ulteriormente. Ma restiamo su Kanye, che chiaramente è il motore principale del disco. Tanto Ye era incerto e non-finito, quanto KSG è cesellato con una cura – con West il termine si spende sempre volentieri – maniacale.

Nell’ottica di recuperi black a ponte con l’old-Kanye della prima trilogia, qui il tiro è alzato ulteriormente con una palette di influenze, campionamenti e contaminazioni massivamente estesa. Vedi il drumming hard rock di stampo ledzeppeliniano di Extasy o il pubblicizzato sample di Kurt Cobain in Devil’s Watchin. Al di là del mero eclettismo, l’integrazione tra le varie parti è fluida e fulgida come forse non era mai stata in un lavoro di Kanye. Ma a parte questo, i dettagli annidati tra le pieghe dei pezzi sono le minuzie più preziose che rendono l’ascolto un momento di intenso erotismo uditivo. Ad esempio, Feel the Love. Una strofa di Pusha T, qualche nota si synth, l’ossessivo mantra di Cudi. Poi dal nulla, il BRA-GA-GA-GA di Kanye. Non è una trollata fine a sé stessa à la Lift Yourself, ma il rumore degli spari del violento mondo circostante. E allora «riuscire ancora a sentire l’amore», comunque e nonostante tutto, diventa una fiera e disperata resistenza. Potrà sembrare stupido ma è davvero esaltante. Il mumbling costante e i preziosi archi di Fire, lo sguardo rilanciato a Jesus Walks di 4th Dimension, i vortici psichedelici aperti da ogni «I feel freeee» di Ghost Town Pt.2. E poi ancora il beat polveroso e gli ariosi synth di Reborn, gli echi à la Phil Collins della title track (praticamente un mashup di In the Air Tonight e Mama), le melodie disegnate da Cudi in Cudi Montage. Sono i dettagli del Kanye producer che ti fanno (ancora, e che bello) gridare al genio. È davvero bello ritrovarli dopo tutto il casino degli ultimi tempi. 

A livello di testi non c’è troppo da segnalare. Cudi per lo più si limita a snocciolare blande frasi motivazionali sul canovaccio del «prima stavo di merda, ora va molto meglio grazie, positività». Resta comunque grandioso in momenti come la sua strofa in 4th Dimension. Kanye invece regala diverse perle, come quando la sodomizzazione a tradimento della tipa diventa il pretesto per excursus esistenziali («She said I’m in the wrong hole, I said I’m lost (uh, uh)»). Oppure dettagli semplici eppure tremendamente efficaci, come quando al termine della strofa di 4th Dimension (la stessa del wrong hole) lascia monco il verso conclusivo («I won’t finish the sent—»), una roba che la ascolti per venti volte e continua a farti esplodere la testa. In apertura alla sua strofa in Cudi Montage invece condensa una riflessione sulla ciclicità della violenza che è inaspettatamente illuminante: «Everybody want world peace / ‘Til your niece get shot in the dome-piece / Then you go and buy your own piece / Hopin’ it’ll help you find your own peace». Qui anche lo schema rimico è interessante, con una rima identica resa attraverso un poliptoto. 

Insomma, sotto i cappellini MAGA e il relativo contorno mediatico, il Kanye che a tanti mancava c’è ancora, sveglio e pronto. E di questo disco ce ne era un gran bisogno.

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