Recensioni

7.3

La pandemia ha scandito un lungo paradigma di musica meditativa e altrettanti ripiegamenti interiori; fatte le dovute eccezioni, il portato di questa stagione musicale è stato in larga misura segnato da un certo ridimensionamento dei toni, dalla ricerca di atmosfere più minimali e soffuse, quasi eteree e trascendenti, forse pensate per essere riprodotte in dimensioni nuove: più piccole, più raccolte, più sofferte. Il nuovo lavoro dei Kick costituisce in tal senso una vistosa discontinuità: è un disco torbido e carnale, che ci rimanda a un bisogno di corporeità che abbiamo quasi dimenticato. Non che l’anima manchi, sia chiaro, ma quello che si sente è soprattutto un concentrato di carne, sangue e umori corporei.

Il duo bresciano, composto da Chiara Amelia Bernardini e Nicola Mora, con il secondo album Light Figures gioca sapientemente con i contrasti: oscilla tra l’oscurità minacciosa e l’arrendevolezza suadente, inseguendo uno “sweet noise” che un po’ accarezza e un po’ schiaffeggia – ma solo per gioco. O forse no.

Il primo singolo estratto, Setting Tina, col suo groove ipnotico, vede ospite al basso Scott Reeder, storico componente dei Kyuss, mentre Sirens Never Sleep è un blues deviato con innesti post-punk: una filastrocca cattiva che è una piccola, ma affatto innocente vertigine. L’irresistibile Rubberlover (i cui bassi capaci di entrare sottopelle e l’incedere della linea melodica rimandano alla PJ Harvey infettata dalla Scuola di Bristol di Is This Desire), è suonata al piano elettrico da Marco Fasolo (Jennifer Gentle, I Hate My Village), che ha curato anche l’intera produzione del disco. Ancora riuscite reminiscenze trip-hop sono rintracciabili in Viole – unico brano scritto interamente in italiano.

Basterebbero già i primi quattro singoli estratti a farci scommettere su questo lavoro, se non fosse che l’ascolto complessivo conferma ulteriormente e con ancora più forza l’impressione di trovarci di fronte a qualcosa di notevole: un mix sapiente di suoni ruvidi e sintetici, atmosfere da film noir vagamente gotiche e testi che spaziano dall’esplorazione delle dinamiche relazionali (incluse le pratiche BDSM) alle trappole del consumismo, passando per il cambiamento climatico. Tutto fa pensare a un lavoro complesso e stratificato, abilmente “costruito” ma ancor prima fortemente “sentito”.

L’efficace stato di sospensione tra innocenza e peccato, tra luce e buio, in definitiva la contraddizione – quell’ambivalenza che è il nucleo essenziale di Light Figures – è tutta racchiusa nell’immagine di copertina: una creatura quasi angelica ma intrinsecamente ambigua, sulla soglia di un paradiso apparentemente convenzionale eppure ignoto e imperfetto, che rimanda a un’affascinante e amichevole mostruosità che ci aspetta sempre, nascosta lì dietro l’angolo, e che è  – fatalmente –  l’inevitabile rovescio della medaglia di qualsivoglia bellezza. «You’re so good” e subito dopo “You’re so awful»: il canto delle sirene dei Kick celebra l’antitesi e il conflitto. L’essenza stessa del nostro essere umani.

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