Recensioni

Anche la saga come il suo diabolico anfitrione Jig Saw ha una malattia che la divora dall’interno, ed è lo stesso principio che porta le cellule tumorali o infette a riprodurre altre cellule infette. Ma la proliferazione continua, e nella sua assoluta mostruosità che porta in scena brandelli impietosi di carne, scene assuefatte di sevizie e negligente refrattarie di ogni morale dimenticata, l’antica sbudellerai del corso riesce ancora, se non a colpire, a saziare il retrogusto macabro di ogni insospettabile Dr. Jekyll.

Ormai completamente disinteressati alla trama, ai colpi di scena rattoppati, ad una recitazione da cani, a ritorni dall’oltretomba, gli spettatori chiedono da subito il sangue. E sangue hanno. Ancora prima del titolo il teaser è eloquente: riprende in matrice l’ormai luogo comune cui ci hanno abituato i primi episodi, quello del “E dove cazzo sono moh?” in cui due malcapitati si ritrovano nella Gardaland della sevizia e ci restano secchi o quasi. Qui un ciccione che si affetta modi mortadella e una figa isterica che poi si mozza un braccio. Roba da urlo, più credibile della trippa e dei nervetti che dovrebbero essere i resti di Strahm (Scott Patterson) o della mano morta con cui Hoffman (Costa Mandylor) va in giro a firmar autografi. Dalla mano chirurgica da bisturi di John (Tobin Bell) si è passata a quella marcata di Hoffman che impugnato un coltello seghettato, nasconde dietro il velo di una giustizia sommaria il desiderio unico del sangue.

Saw si cristallizza e si contorce su se stesso come le spirali rosse ormai brand dell’architettura del terrore o come gli itinerari frustranti tra porte scorrevoli e congegni infernali cui sono obbligati i malcapitati ospiti. C’è chi ne vede la forza di una log line ancora in grado di sfuggire alla morsa del tempo e in grado di replicarsi in una indefinita quantità di monadi infette e chi ne vede solo l’ultimo guizzo di un corpo agonizzate e condannato a destino certo. Per sopravvivere alla morte si è riprodotto in fretta (il secondo film fu completato in poco più di 20 giorni), si è camuffato nel citazionismo di genere, rifugiato nel flashback poco convincente e molto esplicativo, è divenuto culto, si è autocitato, arrivando nel sesto capitolo ad istallare come protesi veri e propri spezzoni. Putrescenze più che fili conduttori…

Gioca. Gioca con la pazienza dello spettatore, con la sua sadica e ferina voglia di mattatoio, gioca con se stesso e il genere. È qui che si cela l’aspetto sociologico più interessante e si consuma una differenza fondamentale con parte del torture porn di cui ormai è araldo. Da un lato la rinuncia assoluta da tempo a questa parte ad ogni accezione metafisica, gotica o soprannaturale. Il male è qui, oggi, si chiama Guantanamo o Abu Ghraib. Ma se un certo filone ha portato all’estremo l’assoluta casualità del male, ricalcando la noia borghese di Hostel( Eli Roth, 2005), è anche vero che il nuovo Gran Guignol (e il nuovo imbonitore del circo di Jig Saw viene dalla polizia come per lo storico teatro parigino) ha bisogno di una giustificazione del male.

Il male insomma può essere una forma artistica peculiare, che mostra la debolezza del corpo umano, non a caso la tendenza al gore ritorna alla ribalta nell’epoca dell’edonismo patinato di silicone e riviste; se la pornografia ha avuto origine anche dalle spinte della body art e del culturismo/edonismo, il gore ricorda vagamente quella sezione estrema cui faceva parte l’azionismo viennese di Nitsch e del suo Orgien-Mysterien Theater, il teatro delle orge e dei misteri. Proprio come per l’azionismo infatti ci si concentra lentamente sul gesto in modo che il dolore causato o patito, quello che i media riducono a informazioni asettiche o sensazionali (telegiornali) e spettacolarizzazioni fini a se stesse (horror movie), ritornino a shoccare come tali. Si pensi alla giostra cui sono legati gli squali dello studio delle assicurazioni, la lenta agonia cui sono sottoposti, la consapevolezza della condanna che spetta all’ultimo di loro.

I seguaci del filone continuano a moltiplicarsi dentro, e fuori il film con lo Splat PackEli Roth, Rob Zombie, Alexandre Aja, James Wan, Darren Lynn Bousman, Greg McLean, Neil Marshall – e quando scelgono di veicolare un messaggio possono farlo anche senza mezzi termini e finzioni, dando libero spazio all’aberrazione come nel caso dell’asiatico Tokyo Gore Police (Nishimura, 2008) o in Baise Moi – Scopami (Coralie Trinh Thi e Virginie Despentes, 2000). Diventano un j’accuse generazionale, ma non si va più a ripescare nelle paure inconsce, nel retaggio gotico. Sulla scomparsa della trascendenza gotica possiamo tessere un confronto con Nightmare, proprio in attesa dell’uscita del prossimo capitolo della saga.

Anche la nostra generazione è cresciuta quotidianamente con i reportage di guerra, con una pornografia oculata a grado zero tra l’altro tutto molto più accessibile grazie al web: per questo il Gore gode di maggiore vigore di quello che ai tempi fu il New Graphic Horror, che non disponeva di elementi gore e blood di partenza così ricchi, da cui si discosta radicalmente. Potrebbe sembrare tipicamente gotica l’ascendenza di una violenza difensiva che serve a riassestare situazioni di squilibrio: in una visione di male cosmico, anche i personaggi presumibilmente buoni giunti alla resa dei conti con il male sono costretti a ricorrere a questo tipo di violenza fino a vestire i panni del cattivo. Ma Amanda e Hoffman, così come la moglie Jill (Betsy Russel) non sono la Nancy di Wes Craven, una ragazzina che deve espiare le colpe dei genitori. Il loro è il loro proprio male, non partono da un’innocenza iniziale, ma dal marcio. L’uomo viene presentato così com’è: il risultato chimico della civiltà della violenza, senza più orpelli, senza infinite simulazione con cui nasconde il suo atto primordiale, quello sacrificale, quello del versamento gratuito del sangue, inizialmente quello altrui e, grazie alla terapia (d’urto) dell’enigmista, anche il proprio.

Altro tratto comune evidente è quello della Mad House, tematica che trova supporto nel capostipite della produzione craveniana, L’ultima casa a sinistra (Wes Craven, 1972), e ne La casa nera (Craven, 1992), ennesimo capitolo dedicato all’argomento a distanza di un ventennio. Ma il male made in Jig Saw si muove in senso contrario rispetto a quello di Nightmare, ad esempio: se la transizione metaforica di Craven è induttiva e va dall’universo del micro a quello del macro, perciò ci si muove dall’universo familiare agli altiforni dell’impianto industriale, quello di Saw è deduttivo, parte dall’universo industriale per percorrere i micro-drammi familiari.

L’America riscopre l’acqua calda e si rende conto che ha un servizio sanitario imbarazzante, proprio mentre si discute del nuovo progetto sanitario obamiano. Come già successo con Drag Me To Hell e la bolla delle speculazioni edilizie, o Green Zone e la guerra in Iraq servivano i popcorn perché loro i libri, i giornali o anche i documentari di quel comunista di Michael Moore non se li filano. È la finta morale. La stessa che porta Tiger Woods a doversi giustificare pubblicamente per le proprie tresche extramatrimoniali, ma che rende assolutamente normale il sadico spettacolo di Saw se protetto da una campagna di beneficienza per la donazione del sangue. God Bless America.

Il male ha qualcosa di biblico. L’Enigmista è schiattato, ma si ha la paura che resusciti da un momento all’altro, mo’di primo capitolo, e Dio ce ne scampi per il settimo capitolo in 3D. È un Cristo pazzo che insegna la via, che fa sfruttare talenti e mette alla prova per il dono della vita eterna. O per lo meno fino alla busta successiva. I suoi discepoli continuano a predicare il verbo. E si scopre che anche loro si moltiplicano o diventano stacanovisti perché da soli riescono a rapire persone con nonchalance. Ma del resto non li si può biasimare di certo se i poliziotti a loro volta resuscitano e vorrebbero condurre il gioco. Tutti vogliono condurre il gioco.

Il nuovo regista Kevin Greuter, storico montatore della serie, dimostra di saper padroneggiare tutti i tasselli, a volte la fa fuori dal vaso, ma pulisce subito con una bella spruzzata di sangue. Ma i personaggi nuovi e l’apertura di una nuova trama non fa altro che ritardare un destino che comunque prima o poi toccherà anche al burattinaio per eccellenza. E probabilmente sarà quello che toccò anche a Freddy, una morte (in)gloriosa in 3D. Speriamo solo di non doverlo vedere parodia di se stesso o troppo giuda ballerino, perché Tobin Bell un posto nella storia se l’è già meritato.

Saw è comunque culto. Nonostante le lacune, nonostante il facile compiacimento e l’adozione di scelte a volte scontate, a volte troppo tirate, ha riscritto il genere, riportando alla ribalta il torture porn e generando film cloni, con tutti i limiti che un clone di un clone può avere. Per ingannare l’attesa che separa dall’uscita nazionale prevista per giugno, una maratona delle mattanze precedenti non sarebbe male. Oppure lancio un sasso e nascondo la mano: A Serbian Movie, che tanto in Italia non sarà mai distribuito.

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