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BOHÈME, il nuovo album della pisana-ticinese d’adozione Kety Fusco, si inserisce in quella fertile scena musicale dove il confine tra composizione classica, avanguardia elettronica e pop sperimentale è ormai dissolto. In questo spazio, artisti come Nils Frahm, Ólafur Arnalds o Kelly Moran hanno ridefinito il pianoforte, e allo stesso modo Fusco si unisce a un gruppo di arpiste come Mary Lattimore che usano il loro strumento come un motore sonoro, non solo come una voce melodica.

Tuttavia, dove alcuni degli artisti citati tendono verso paesaggi ambientali più sognanti, Fusco, in BOHÈME, sceglie una via più fisica, aggressiva e percussiva. L’approccio la avvicina a tratti alla violenza sonora di un Tim Hecker, alle fughe dei Goblin o all’industrial sperimentale degli Einstürzende Neubauten. Questa brutalità emerge chiaramente nella rilettura di Beethoven, Für Therese, che non è un omaggio ma un assalto sonoro costruito su distorsioni e beat spezzati, ottenuto processando l’arpa con decine di microfoni interni ed effetti. È un gesto che la distingue nettamente nel più etereo panorama neoclassico. Anche la collaborazione con Iggy Pop in SHE, pur essendo un pezzo più atmosferico, la colloca in un’area di sperimentazione audace, disposta a creare cortocircuiti tra mondi apparentemente inconciliabili.

La produzione, curata con Nicolas Rabaeus, è ambiziosa e di respiro cinematografico, soprattutto in tracce più intime come Karma e Nocturne. La vera peculiarità del disco, e ciò che lo rende un oggetto sonoro interessante, è la sua sfrontata incursione in territori dancefloor (BLOW, Resistance). Questa scelta la allontana dalla purezza della scena avant-garde e la spinge verso un ibrido pop che potrebbe polarizzare il suo stesso pubblico, ma che ne definisce l’unicità e il coraggio.

In definitiva, sarebbe riduttivo rilegare BOHÈME a solo un disco di “arpa sperimentale”. In realtà è il lavoro di una compositrice che usa il linguaggio della scena neoclassica ed elettronica per costruire un’identità personale, a tratti spigolosa e volutamente impura. Un’opera che dialoga con il suo tempo, accettandone le contaminazioni e i rischi, consolidando il percorso dell’artista all’interno di un contesto europeo credibile e innovativo, come testimonia la scelta dell’etichetta A Tree In A Field.

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