Recensioni

La sofferta aria da poète maudit è dichiaratamente ispirata a Kurt Cobain, anche se il Gianluca Grignani dei tempi belli potrebbe essere il riferimento più immediato: Ketama126 e la sua Lovegang sono tra i nomi più caldi e carichi di hype di quest’anno. Piaccia o meno, il romano ha firmato un papabile inno generazionale con Rehab (soprattutto nella versione acustica con Generic Animal). E se il binomio trap/emo punk di inizio millennio è stato ormai ampiamente sviscerato dai vari Lil Peep e defunta compagnia Soundcloud prima, e dai cloni nostrani poi, questa tendenza imbastardente del trend – sempre pron(t)o nel mischiarsi con maniere nostalgiche – ci (ri)porta ora alla sempiterna Seattle degli anni Novanta: e allora giù di chitarre liofilizzate, capello lungo e maglietta dei Nirvana targata H&M, celebrazione degli eccessi, frizzi e lazzi del tossico tipo e, a condire il tutto, un blando spleen di realismo capitalista («viviamo solo per i soldi») che fa tanto schiavo consapevole.
Ketama tratteggia il suo tran-tran di spacciatore modello in una Roma tra cupezza e degrado, sciorinando acute cesellature di esistenzialismo spiccio come «Ho messo il cazzo nella bocca della verità e me l’ha succhiato» alternate ad episodi più interessanti. Il tutto si stende su un tappeto sonoro onirico e drogato il giusto, che mischia le carte senza mai osare davvero e non riesce comunque a scollarsi da un’inscansabile stanchezza di fondo: al terzo ascolto rimane impossibile distinguere una Più Forte da una Dirty, sebbene nessuna delle due sia in fondo malaccio. Le produzioni provano davvero a spaziare: crepuscolari fiati da mood jazzato e morbidi arpeggi di chitarra (Denti D’Oro, Jeans Strappati), divertenti e innocue coattate dancehall (Gitano), trappate più canoniche (Scacciacani con Massimo Pericolo), ecc ecc.. Ma alla fine permane la sensazione che in fondo si tratti sempre della stessa roba.
Capitolo ospiti: Tedua è una garanzia, Noyz Narcos e Fabri Fibra si limitano al compitino, Speranza è bravissimo, certo, ma non si smuove mai di un millimetro da quel flow, mentre insospettabilmente funziona il campionamento postumo di Franco Califano in Cos’è l’Amore. Un disco che va bene per giocare a fare il trapper con la camicia di flanella e l’aria stanca, pieno di troie e soldi e droga, ma consapevole della vuotezza del tutto, tra una chitarrina riesumata e una strizzatina d’occhio ai nostalgici delle chitarre. Nulla di esecrabile, ma se ne può fare tranquillamente a meno.
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