Recensioni

Si apre il sipario sul terzo album di Katy B, e sono di nuovo i Novanta altezza 1997 delle All Saints e dell’album omonimo di Lisa Standfield, intatta tutta l’eleganza del soul, le linee sinuose dell’house, i bassi felpati con un poco di polvere e le battute spezzate. Accanto alla voce di Katy, più navigata e black che mai, ai comandi troviamo Louis Kevin Celestin in arte Kaytranada e il portale si apre verso lounge club riccionesi come ibizenchi. Nella successiva Who Am I, cambiano scenario e riferimenti: Craig David, il poster boy della garage inglese e ora r’n’b singer, accompagna la Nostra nel classico pezzo crying on the dancefloor con la produzione riconoscibilissima e americanissima di Major Lazer, ovvero Diplo. Il pezzo è sul filo del patetico, posizionato bene come hit patinata (vedi il ritornello «Who I Am If can’t love you?»), una ballatona contrappuntata da rullantini 808 che potrebbe, come no, far breccia in un mercato come quello americano che la ragazza ancora giovanissima aveva visto papabile e ricettivo all’epoca dell’esordio On A Mission. E proprio alla Perfect Stranger dei Magnetic Man vien da pensare ascoltando il terzo brano di una tracklist più che mai variegata: ci senti anche un po’ di quel “forzatamente maturo” distante qualche metro dall’house commercialotta – ma non stigmatizzabile – del precedente Little Red. Tutto, ancora una volta, pare congegnato per sdoganarla da qualsiasi punto la si guardi, ma, a ben vedere, senza troppe preoccupazioni sul versante americano. In So Far Away con Wilkinson e Stamina MC, il tiro infatti è quello 100% britannico della jungle mischiata con l’r’n’b, un numero facile facile come quello mestierato di Four Tet e Floating Points in console per Calm Down, un’house bulbosa e organica che procede con le tipiche stratificazioni di Hebden e qualche tocco/campionamento agli archi di Shepherd.
Katy è brava, lo abbiamo già detto, ma il suo bello è anche un po’ il suo limite, ovvero quel posizionarsi a metà tra AM e FM, tra radio pirata e BBC Radio 1. Scorrendo la tracklist, Dark Delirium è il classico brano che potrebbe attivare altri ponti con la citata Standfield – e dunque in zona FM e rotondità pop – senza veramente abbracciarli: ci troviamo ancora archi e temi d’amore raccontati con disarmante autobiografismo, proprio come nei classici house. Tra tutte forse è Dreamers, in zona pop-garage pre-Disclosure, a convincere completamente e a chiudere in bellezza (assieme all’Outro con il cammeo di Novelist) una scaletta un tantino troppo lunga, con alcuni episodi anonimi ma che comunque porta a casa, ancora una volta, un più che discreto risultato. Anzi, il migliore finora.
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