Recensioni

6.8

Il nuovo lavoro di Kathryn Mohr ha una successione logica bizzarra rispetto al suo precedente, perché è stato scritto addirittura prima. Mentre infatti il suo esordio Waiting Room era il frutto di una residency artistica, ed era stato tutto composto e registrato in una fabbrica di pesce abbandonata nell’isolato villaggio islandese di Stöðvarfjörður, con Mohr come unica esecutrice, per lo più alla chitarra e occasionalmente al pianoforte, con l’aggiunta di field recording, Carve raccoglie alcuni pezzi scritti nell’arco dei quattro-cinque anni precedenti, registrati stavolta in nuovo luogo altrettanto suggestivo e sinistro: il deserto del Mojave, in un vecchio carcere trasformato in Airbnb.

Sulla genesi del disco, racconta che tutto è nato “dopo un tour difficile conclusosi a Joshua Tree”. Mohr ha puntato la macchina verso il deserto e ha guidato da sola, attraversando il deserto su strade sterrate. Mesi dopo, è tornata lì per registrare l’album, lavorando da sola con una chitarra acustica, un registratore e scorte essenziali. A quanto pare, quel luogo aveva un significato, perché le ricordava un road trip fatto da bambina assieme ai suoi genitori nel Sud-Ovest americano, ed era anche un distacco necessario da tutto quanto vissuto all’indomani del suo acclamato esordio, il tour e le relazioni nate nel frattempo. Un non meglio spiegato “viaggio del lutto”, che ci fa immaginare una perdita amorosa, ma anche e soprattutto un ricongiungimento con la propria intimità.

La prima considerazione che ci viene da fare di fronte a questo avventuroso racconto dell’antefatto artistico, dunque, è che per Mohr il luogo in cui le sue canzoni nascono e prendono vita abbia sempre una valenza molto forte, non solo simbolica: ancora una volta, la scelta del posto e delle condizioni in cui creare la sua musica ha fortissimi connotati di isolamento, per certi versi quasi mistico e punitivo. Sono sempre spazi di solitudine estrema e silenzio, in cui procedere a una spietata scarnificazione della propria emotività. C’è l’idea che i luoghi trattengano tracce emotive, come incisioni nel terreno. E tutto questo, puntualmente, arriva forte e chiaro.

Ma veniamo al disco. Dodici tracce, di cui tre brani strumentali di puro field recording, e i restanti nove interpretati con il consueto stile confessionalle e intimo cui ci ha abituati, che si iscrivono nel solco di quanto ci aveva già colpito in Waiting Room  – la reference principale è quella piccola gemma di Take It, probabilmente uno degli episodi più intensi dell’album. Ecco, se quel brano vi aveva conquistato, in Carve ne ritroverete l’essenza e lo spirito, elettrificati ora in una forma ora più “sludge” e fangosa, ora più squillante e pulita, ora più lenta e post-rock (l’intro di Owner potrebbe essere preso a prestito dagli Slint)

Questo però paga un prezzo forse pesante: una certa uniformità della formula, che a tratti pare ripetersi senza variazioni di rilievo. Una formula che attinge nuovamente al minimalismo tormentato di 4 Track Demos di PJ Harvey, al lirismo livido di rabbia e inquietudine in stile riot, alla poetica tagliente e disarmante di Liz Phair, alle atmosfere oniriche di Grouper.

I brani centrali del disco si susseguono così, uno dietro l’altro, come un flusso di coscienza che sembra accompagnare una sorta di meditazione acustica, ma anche uno scavo febbrile: “Sto raspando fino all’osso / è tutto quello che ho mai conosciuto” canta in Angle of Repose. Eppure Carve non vuol dire scavare, ma scolpire, incidere, intagliare. Mentre l’atto di scavare implica un movimento verso il basso, alla ricerca di qualcosa di nascosto – ed è effettivamente quello che sembra fare Mohr nei testi, nel dissotterrare e recuperare ricordi d’infanzia, nell’esplorazione del dolore, Carve aggiunge una dimensione diversa: la scultura presuppone che da un materiale grezzo si stia ricavando una forma. Si incide per dare contorno a qualcosa. In questo senso, l’album documenta il tentativo – lento, febbrile, non sempre riuscito – di ricavare da anni di isolamento, distanza emotiva e ricordi irrisolti una forma che si possa abitare: una capacità di amare, di fidarsi, di essere presente. Non una guarigione, ma qualcosa di abbastanza definito da permettere l’intimità.

Terminato l’ascolto, restiamo col dubbio di cosa sarebbe venuto fuori se Mohr avesse provato a staccarsi del tutto da quanto già esplorato, se invece di cesellare le forme grezze già note avesse deciso di scavare in luoghi completamente diversi, nuovi e inesplorati. E questo non perché manchi di rapirci ancora una volta con la sua straordinaria capacità di mettersi a nudo. Quello che ci manca, alla fin fine, è solo un po’ di stupore.

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