Recensioni

6.9

Kate Boy, band di formazione svedese, sta entrando risoluta e ostinata nel mondo dell’electro-pop. Dopo la pubblicazione a marzo di quest’anno del primo EP composto da 5 tracce – di cui alcune risalenti al 2012, come Northern Light  – i Nostri sono arrivati ora alla fase di ultimazione, integrando a quei brani altri 6 pezzi e 2 bonus track. L’album di debutto è intitolato, in modo abbastanza sbiadito, One.

Tutti e cinque i componenti partecipano alla produzione, alla scrittura e all’esecuzione strumentale, una sorta di DIY di alto livello, un songwriting su cinque piani paralleli. La limatura operata successivamente da Christofefer Berg – che già collaborò con The Knife, Fever Ray, Depeche Mode, per dirne alcuni – non è che una cornice di vetro finale. La base operativa è Stoccolma, nel profondo e glaciale Nord Europa, elemento assolutamente basilare e fondante della loro produzione, sia nella musica che nei testi. Come loro stessi hanno constatato (e poi dichiarato a Pitchfork), Stoccolma è una città molto attiva culturalmente, ma allo stesso tempo più ristretta rispetto ad altre fucine artistiche presenti in altre città. C’è più vicinanza nel processo di trasmissione fluida di contenuti artistici e culturali in generale, è più semplice intravedere collaborazioni e assorbire influenze a così stretto contatto. Riusciamo quindi a costruire un ponte tra i Kate Boy e la svedese Robyn, o l’elettronica cupa dei The Knife; identifichiamo anche i potenti bassi scandinavi dei Röyksopp; spostandoci verso ovest, in linea d’aria incontriamo gli scozzesi The Chvrches, che a fine settembre sono usciti col fortunato Every Open Eye, album electro-pop che presenta una ricercatezza musicale elettronica notevole nonostante sia più orientato al pop puro e alle sonorità anni ‘80.

I Nostri hanno pieno controllo sulla loro produzione e – dalla sicurezza che percepiamo nel sound – hanno chiarissimi i propri intenti artistici, ascrivibili appunto al mondo electro-pop appena citato. I synth vigorosi sono efficaci nel dare questa impressione all’ascoltatore. Il ritmo, con beat in levare, conduce la musica alla dimensione clubbistica prefissata. In questo contesto, in particolare, troviamo il motivo principale per cui, nonostante la musica sia di buona qualità, non riesce a suonare troppo originale: il ritmo ricorda molto (se non troppo) alcuni brani dei Röyksopp, come la celebre Monument – nella versione dell’album The Inevitable End – frutto della collaborazione con Robyn, senza avere però l’eccellente apparato melodico di quest’ultima. Da questo punto di vista, non sono del tutto scarni, ma spesso ripetitivi, forse per la poca variazione nel tono vocale.

La cantante di origini australiane Kate Akhurst ha una voce che ricorda, in quanto a timbro e vocalità, l’inglese Charli XCX, anche se sprofonda in cupezze tonali di brevissima durata (come fosse un tributo a Björk) individuabili per esempio nel brano Human Engine. Nelle canzoni si parla spesso di fuoco, di luce, come in Open Fire o Northern Light o ancora Midnight Sun, in cui – con toni abbastanza apocalittici – il sole invernale scandinavo diventa protagonista di un sentire comune, come se fosse il simbolo di un clima di disagio esistenziale incontrollabile, un malessere contro cui nessuno può combattere. Il cielo di Stoccolma diventa il pentagramma su cui l’ambiziosa band macina note. Nel brano composto nel 2012 Northern Light i Nostri cantano: «my heart is hitting every beat»; in tre anni poco è cambiato: hanno mantenuto lo stesso identico stile compositivo. Forse è per questo, che i Kate Boy non colpiscono “il cuore ad ogni beat”, non fino in fondo almeno. Ma è solo il primo album e chissà quale potrà essere la deriva futura.

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