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Un’immagine solitamente associata a scene conclusive o finali, quel monoscopio che sanciva la fine delle trasmissioni TV, rappresenta soltanto l’inizio del quarto album dei pistoiesi Karl Marx Was A Broker. Quando le immagini in movimento sul piccolo schermo sembrano essersi definitivamente fermate, quando l’imperterrito bip acustico invita a spegnere l’apparecchio e a riparlarne il giorno successivo, ecco che il power duo, qui per la prima volta in trio, prende il controllo del mezzo per riaccendere una produzione musicale fatta di un rock sfrontato e urgente declinato verso un muro di pulsanti suoni noise, schitarrate stoner, sussulti math, hardcore e metal.

Come in un indecifrabile e futuristico universo parallelo pieno di voci estranee pronte a rincorrersi (Superego, Nord), con le orbite degli occhi strabuzzanti orrore, tra le tenebrose ossessioni di John Carpenter e i cupi riverberi tellurici degli Zu, la formazione mette in fila otto brani in grado di esaltare, affascinare e scuotere, grazie alla vastità e alla solidità di suoni che imbastiscono musiche martellanti e furiose. Innesti di elettronica cadenzata – la vera novità rispetto ai lavori precedenti – scandiscono gli spazi dentro i quali i tre spingono al massimo le loro accelerazioni rumoristiche (Es, Flat), guardando con ritrovata sicurezza a gente come Black Sabbath o Primus.

La bravura nello svariare con abilità tra le diverse soluzioni proposte – aspetto che in passato rivelava una certa ridondanza nel suono del gruppo – unito a un impatto sonoro di tutto rispetto, fa di Monoscope un disco compatto e rilevante, che a prescindere dall’idea di concept, per larga parte comunque riuscita e affascinante, evidenzia una formazione in splendida forma e con un’identità musicale visibilmente maturata, da ascoltare ed apprezzare ancora meglio dal vivo.

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