Recensioni

6.8

Dovessimo attenerci alla versione dei vincitori, la storia – ogni storia – sarebbe anche sin troppo semplice. In certi casi non sarebbe neppure veritiera: che i Kraftwerk fossero solo Ralf und Florian è affermazione doppiamente inesatta, anzitutto perché così non è (con buona pace di Herr Hutter, oggi unico superstite a portare in giro il glorioso marchio) e poi perché a definire non vincitori Wolfgang Flur e Karl Bartos, che completarono la formazione nel periodo che va da Radioactivity a Electric Café fino al 1990, ce ne vuole. Ci sia concessa la terribile banalità: dell’uomo macchina il percussionista e melodista Bartos rappresentava il cuore pulsante, e il modo in cui ha gestito la propria carriera e figura tanto all’interno della band quanto al di fuori (fondando nei ’90 gli Elektric Music e poi collaborando con gli Electronic di Bernard Sumner e Johnny Marr e con gli OMD) parla da sé.

Se poi è vero che queste dodici nuove composizioni sono basate su “appunti di viaggio” del suo periodo kraftwerkiano, ovvero si tratta melodie, ritmi, idee e arrangiamenti tenuti in un cassetto per trent’anni o poco più, la nostra convinzione non può che rafforzarsi. L’apripista Atomium è classico stile The Man Machine, e non ditemi che Rhytmus non è Computer World, laddove inInternational Velvet ci ricorda che dobbiamo ringraziarlo se abbiamo avuto gli Air, in Hausmusik i Depeche Mode di Vince Clarke e in Without A Trace Of Emotion i New Order (anche se qui c’è plausibile reciprocità); e sentire certi suoni in Musica Ex Machina Vox Humana. Il tutto nostalgico (ma non troppo) e a suo modo moderno, con una sensibilità che poco ha a che fare con il modernariato e più con una ricerca sonico-melodica che pare non essersi mai arrestata. Technopop classico e godibilissimo, fatto da chi lo ha inventato: scusate se è poco.

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