Recensioni

6.9

Circa venti mesi dopo il denso, rotondo, bellissimo Solens Arc, dove Kangding Ray era riuscito a trovare un perfetto e personale equilibrio tra le atmosfere da soundtrack elettroniche, tra soft glitch e distopico dubstep, delle precedenti uscite Raster-Noton (con Automne Fold del 2008 da segnalare come prodotto meglio riuscito) e le matematiche cavalcate techno confezionate per Stroboscopic Artefacts (che in Luna, la traccia inserita nel terzo capitolo delle celebrazioni per il quinto compleanno della label di Lucy, trovano ottima sintesi), il francese-ma-berlinese David Letellier firma un nuovo album per la casa di Byetone e Alva Noto, confermando le sue grandi doti di producer illuminato ma senza far urlare al miracolo. Di Cory Arcane si apprezza la pulizia chirurgica dei suoni, la visione cinematica delle costruzioni (il poetico plot scritto dallo stesso Letellier per la press release imbastisce sulle tracce una trama da concept album), il senso generale di liquida futuristicontemporaneità: ovvero tutto il già sentito su questi canali.

Non prende rischi Kangding Ray: dall’alto delle sue competenze (supportate da una profonda ed eclettica cultura: rif. il mix del 2014 per Secret Thirteen o lo splendido esercizio di etnomusicologia del 2013) gioca in sicurezza, svolgendo la consegna in modo irreprensibile, da primo della classe, ma ripiegandosi un po’ su se stesso, riproponendo soluzioni già adottate e perdendo forza propulsiva. L’immagine di copertina diventa così la cartina di tornasole per interpretare l’album: pur impeccabilmente elegante (la foto è di Marina Minibaeva), di fronte al suo probabile modello ispiratore, ovvero “l’Apprendista” del geniale Cremaster 3 di Matthew Barney, l’immagine si dimostra come variante fashion e ripulita, e l’entusiasmo si spegne.

Superata la dub-techno à la Orb d’antan dell’opening Acto, l’episodio meno felice del lotto, all’ascolto l’album è tutto in discesa. Il treno sotterraneo di Dark Barker ci porta dentro al film: Brume, Burning Bridges e When We Were Queens sono out-takes di un rifacimento post-postmoderno di Blade Runner. Incastonati al centro delle nove tracce, i multilayer di percussioni alla grafite dell’etno-futuristica Safran esplorano ancestrali mondi interiori. I momenti migliori coincidono con i bpm più veloci: la tese e plumbee These are my rivers, Bleu Oscillant e Sleepless Roads, tra Function e Underworld, non promettono sconti presso nessun club di derivazione berghainiana, ma come già Blank Empire di Solens Arc o Thar di Monad XI. Ambient dark techno indiscutibilmente precisa, a tratti potente, ma con pochi brividi.

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