Recensioni

7.1

Che il fascino dei Kalweit And The Spokes derivi da quel masticare l’America rurale e blues per poi risputarla decadente e onirica o da certe brume wave oscure e vaporose, poco importa: quel che conta è che la materia trattata rimane, anche in questo secondo disco della band, assai intrigante. Forse superiore, in termini di impatto, rispetto alle buone cose già ascoltate nell’esordio di tre anni fa Around The Edges; di certo più a fuoco e personale, con la voce al solito fascinosa e matura di Georgeanne Kalweit a tracciare un’ideale parabola che parte da Nico per arrivare a Marianne Faithfull, passando per una Liz Phair sudista e laida.

Il cambio di line up, con Mauro Sansone al posto di Leziero Rescigno dietro le pelli (il deus ex machina del gruppo rimane invece Giovanni Calella), non cambia le potenzialità di un suono avvincente, in bilico tra chitarre elettriche solcate da bottle neck acidi e un mood claustrofobico. Un minuto prima si ascoltano degli Shivaree sciolti nel fondo di un bicchiere di whiskey (Liquor Lyles), ci si fa rapire da una Nancy Sinatra sotto LSD (Murky Stuff) o magari ci si trova invischiati in un vociare di feedback e percussioni (Pea Green Sky); il minuto dopo si barcolla tra wave, psichedelia e percussioni dal vago aroma industrial (Kate And Joan) o si spulcia in un passato di ascolti fatto di Cardigans e Sons & Daughters (Hank’s Hour). 

Il trait d’union tra immaginari così diversi è un impianto strumentale che lavora con cautela coordinando synth, organo, batteria e chitarra elettrica, per un suono talmente caldo e corposo da dare l’illusione, in sede di ascolto, dello sfrigolare degli amplificatori accesi. La voce e i testi della Kalweit fanno il resto – intensa e sciamanica la prima, nient’affatto scontati i secondi – per un disco bellissimo, nella sua “normalità” solo apparente.

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