Recensioni

Kali Malone approda al 2024 con alle spalle una carriera per certi versi già consolidata, sebbene la comunicazione e la copertura mediatica facciano assomigliare questo All Life Long ad un debutto. Pur lontano dalla monumentalità che aveva caratterizzato il precedente Does Spring Hide Its Joy (3 composizioni divise in 9 brani per una durata complessiva di 5 ore) l’album ne condivide gli stilemi principali. C’è una sostanziale continuità con quanto fatto in precedenza (un altro disco che è doveroso citare di questo continuum è Living Torch del 2022), però il tutto è inscritto, questa volta, in una durata volutamente limitata e una successione dei brani precisa, ben ponderata, che crea una narrazione inedita.
Non è un caso: l’artista statunitense è ormai inserita all’interno di un filone di musiciste (come per esempio Sarah Davachi e Félicia Atkinson) che, pur provenendo da ambiti legati a musica “colta” e tendenzialmente ostica per un grande pubblico, stanno ottenendo un buon seguito costruendosi una propria nicchia specifica, come dimostrano le numerose performance dal vivo e la quantità di dischi venduti. E non a caso, l’edizione del vinile in 4000 copie è praticamente sold out su Bandcamp. La sua presenza a C2C a novembre, così come la copertura di stampo biografico sul New York Times, sono segni indiscutibili che questo sia il suo momento di apertura a pubblici diversi. O per lo meno che se ne accorgano anche coloro che non seguono specificamente questa particolare nicchia musicale.
Che All Life Long abbia una durata tutto sommato ridotta per gli standard di Malone (1h e 18 minuti) fa luce su uno degli aspetti più interessanti della produzione dell’artista: il tempo. Does Spring Hide Its Joy era una riflessione sulla stasi legata alla pandemia, la cui presenza del tema venne esplicitata nelle intenzioni. Quest’ultimo lavoro è stato realizzato negli stessi anni (l’inizio della scrittura risale al 2020), e ne sentiamo i riverberi. In un periodo in cui gran parte del globo ha fatto esperienza, collettivamente, di una temporalità distesa (imposta), Malone ha lavorato partendo dalla percezione che si ha di essa quando è impossibile muoversi nell’altra dimensione principale che regola l’esistenza dell’essere umano, lo spazio. Anche qui riflette sulla possibilità di estendere un momento al di là della sua durata, (No Sun To Burn (for Organ) e Fastened Maze con Stephen O’ Malley ne sono gli esempi più eclatanti, che si chiudono con un’unica, nota estesa tirata a dismisura) enfatizzando la sensazione umana legata alla percezione di un momento specifico, facendo “abitare” le proprie composizioni all’interno dello spazio in cui si ascoltano, rendendo il suono materia malleabile.
Come il racconto narrativo, la musica è in grado di rendere percettibile lo scorrere del tempo, comporlo o smaterializzarlo. Allo stesso modo, in musica esiste un tempo del racconto – la durata del brano e dell’ascolto – e un tempo della storia – ossia la porzione di tempo che quel determinato brano o testo rappresentano. In questo senso, le ultime produzioni di Kali Malone si pongono come una pratica di estensione temporale, che mira a rendere percepibili infinite sfumature di forme sonore che sembrano sempre uguali pur cambiando continuamente.
Coerentemente, il titolo All Life Long giunge da un verso della poesia The Crying of Water, in cui l’autore Arthur Symons evoca l’acqua come metafora del suo sentire interiore, elemento che, nel suo scorrere, prosegue ininterrottamente cambiando di continuo, eppure rimanendo, in apparenza, sempre uguale: come il tempo.
L’altra ispirazione che cita per la scrittura del disco è il testo di Giorgio Agamben Elogio della profanazione. Secondo Agamben, la profanazione è quando il sacro viene riportato tra “il libero uso degli uomini”. Attraversando la tracklist troviamo un tono liturgico (Passages Through The Spheres, All Life Long (for voice)) veicolato tramite l’uso dei cori e dell’organo, elementi ecclesiastici, che formano il suo personale elogio della profanazione: riutilizzo ed esplorazione di strumenti che appartengono a funzioni religiose, de-contestualizzati e ri-contestualizzati, scelta che ha portato anche a episodi spiacevoli, come quello di un gruppo cattolico integralista che occupa una chiesa in Francia poco prima di una sua performance minacciando violenza, facendo annullare il concerto.
È musica cupa e minimalista, ma caratterizzata da un tono emozionale tutt’altro che austero. Opera in un territorio che sta a metà tra la classica moderna e il drone rock, palesandosi ambient nella sua assenza totale di beat e nello stato di trance che vuole indurre. È contemplativa, e fissa una tensione non semplice da sintetizzare, creando un’atmosfera accogliente.
Rimanendo su un territorio avanguardistico, Kali Malone adotta un linguaggio immediato che rende tutto digeribile ad pubblico vasto, e questo può essere sì sintomo di tempi maturi e di ibridazione culturale tra nicchie e mainstream, ma è sicuramente anche sintomo di merito artistico e grande sensibilità creativa.
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