Recensioni

6.9

Altro che neo-partigiani sbarbatelli, chiedetelo al veterano Sacha Winkler, in arte Kalabrese, cosa vuol dire essere un vero Independent Dancer. Perché il titolo del suo nuovo attesissimo lavoro, uscito a distanza di ben sei anni dall’osannato debutto che demolì a colpi di fusion le barriere tra indie ed elettronica, Rumpelzirkus, è un attestato d’indipendenza a dir poco masochistico. E i contenuti non sono da meno, considerando che, incredibile ma vero, l’album non si muove di un passo rispetto al precedente, guardandosi bene dall’apportare elemento di novità alcuno. Quando ovunque la smania di sperimentare a tutti i costi sembra aver preso il sopravvento sull’autenticità, trovare il coraggio di fermarsi, semplicemente mantenendo inalterato il proprio stile, è roba da sovversivi. Eppure, che indipendenza e coerenza facciano rima, il nostro Erlend Øye elvetico lo dà fin da subito per scontato, puntando su ciò che in assoluto fa la differenza tra un vero artista e i mille emuli-aspiranti-a: la capacità di rendere la sua musica riconoscibile a occhi chiusi, inconfondibile anche per l’orecchio meno allenato. Peculiarità questa che oggi è dono di pochissimi alfieri del genere come lui, James Murphy, Nicolas Jaar, e non ultimo Kindness (World You Need A Change Of Heart ne è la prova).

Non a caso, ognuno di essi rientra tra i (numerosi) conclamati punti di riferimento del disco (basti pensare che a Murphy Kalabrese ha aperto il tour nel 2012), affiancati ai contributi dei tanti preziosi collaboratori: dal caldo e sensuale timbro folk-funky di Sarah Palin in Purple Rose e Fresh And Foolish – da non confondersi con la leggendaria originale, al falsetto del mentore/collega A. C. Kupper sulla dub-linea di synth disco di Let The Good Time Roll – fino all’epico assolo blues di Khan su Desperate Man, pezzo tra l’altro incluso in uno dei suoi podcast proprio da Jaar. Non dimenticando le strizzatine d’o(re)cchio ai generi vintage più disparati: non solo blues, jazz e funk, ma anche nu-bossanova (Stone On Your Back), afro-swing (Wazka), cosmic-disco (Silhtal). Citazioni mai troppo approfondite, bensì metabolizzate con una compiaciuta vena di sussiegosa superficialità, mantenendo un insieme di indubbia qualità, calibrato e confortevole, in cui manca il picco, al pari della caduta; e agli scimmiottamenti belli e buoni, si preferiscono essenziali rifiniture stilistiche che alla personalità del disco non tolgono nulla, anzi contribuiscono a sottolinearne maggiormente i contorni distintivi.

Ma lo spauracchio dell’esercizio di stile è dietro l’angolo. E verso la fine, l’album pecca di eccessiva indulgenza, cadendo vittima della prosopopea dei suoi tredici brani, di cui la metà lunghi più di sei minuti. Ad un certo punto, l’impressione è che si esaurisca in sé stesso, piuttosto che giungere ad una naturale conclusione. Anche se in fondo è proprio questo il suo bello. Brillante e stimolante, come tutte le scommesse che si rispettino, Independent Dancer si può permettere pure di diventare irriverente, persino irritante. Di certo, è un disco avvolto in un pacchetto piuttosto impegnativo da scartare: non va da nessuna parte, perché è già esattamente lì, non facendo altro che soffermarsi allo specchio, gongolante. E se l’artwork in copertina ce lo presenta come una specie di redivivo maestro di sonnambulismo Tai-Chi, non facciamoci ingannare: Kalabrese ama ballare da solo, non preoccupandosi in nessun modo di invitarci a farlo. A noi la scelta se seguirlo dunque. Nel segno dell’indipendenza, sempre e comunque.

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