Recensioni

6.5

Kajsa Blom è una 31enne svedese originaria di Göteborg da sempre insofferente nei confronti della cultura scandinava, del suo strisciante nazionalismo e – dice lei – “fascismo”. È da sempre contro e dichiaratamente super-femminista. Da teenager trova un veicolo musicale nel punk, imbraccia la chitarra e urla dentro a un microfono contro diseguaglianze di genere e capitalismo, poi cambia radicalmente, si dà all’elettronica, ma l’attitudine è la stessa. Fonda il collettivo femminista Staycore (con base a Stoccolma) e s’affilia al berlinese Janus, quest’ultimo punto di raccolta di producer che dalla fondazione a oggi ha goduto di potenti riflettori e sviluppato una cifra stilistica, affinando il proprio sound, cambiando anche drasticamente modalità e stili produttivi. Parliamo di Lotic e M.E.S.H., che diversamente dalla Blom hanno mosso mari e monti da quanto hanno iniziato. Rispetto a loro, Kablam si è mossa con tempi di pubblicazione biblici per i tempi in cui viviamo, ma la calma le è servita per portare avanti un discorso politico-musicale affilato sulle punte di una confrontational club music (vedi anche il suo mix per RA.564) che si schiera apertamente contro un certo tipo di clubbing per maschietti con tuta d’ordinanza.

Tutto è iniziato nel 2013, quando su richiesta del fondatore del collettivo Dan DeNorch, inizia a mettere i dischi alle serate del collettivo berlinese. Qualcosa scatta e quel qualcosa si mescola a una biografia che la vede laurearsi in filosofia e iniziare a produrre con la scusa di infilare degli edit tra un disco e l’altro, masticando gabber, electro reaggeton (vedi anche Kamixlo e soci) e altri generi “bassi”, ribaltandone segni e finalità in senso militante e femminista. Furiosa – l’EP di debutto – il cui nome è un omaggio all’omonima protagonista di Mad Max: Fury Roadsecondo lei una storia di sorellanza e female power – arriva tre anni più tardi. Son cinque tracce che mescolano ardesia e neon, liquami, silicio e un’indispensabile punta di feroce ironia. Sono densi 16 minuti in cui voci e vocine sono ridotte a poltergeist e una miriade di altri campionamenti affresca un’ansiogena tela da caverna di ossa e cartilagini à la Alien, o da barbarie prossime venture targate Mad Max per l’appunto. Della serie Rabit ha Terminator nel cuore e lei Fury Road. Entrambi usano l’industrial e la techno come sorgenti di un sound militante, cromo liquido che cola su forme a martello. Di suo Kablam si avvale spesso dell’immaginario bellico della gabber per disegnare i suoi Minion che fanno il passo dell’oca o mitragliano con la forza di Gazelle Twin. È un mix che in pezzi come Arch può arrivare a risultati anche virtuosistici per incastri e complessità, far scattare il sopracitato tocco ironico, oppure aprire a una componente luminosa grazie a campionamenti angelici, metti da coro rinascimentale à la Tim Hecker (Intesia).

In generale, il bello qui è questo stratificarsi di puntuti loop, un gorgo medioevale prossimo venturo fondato sulle ceneri dell’antropocene, un Il nome della rosa girato da macchine, che è poi sostanzialmente quel che accade nel primo album lungo della producer, ora di stanza su un’isoletta hip – parole beffarde sempre sue – di Stoccolma. Sono passati ben 6 anni e la sua musica si è compattata, anche semplificata, non in meglio però. Caparbia Kablam, si è fissata con una proposta che non arrivi piatta all’ascoltatore o perlomeno che non arrivi piatta a lei. Oggi fa musica come una bestia in cattività e il «sound della frustrazione politica» che scriveva Fader in un articolo intervista di qualche anno fa, questo sentimento di impotenza mentre il mondo marcia verso l’anticamera di un nuovo modello di fascismo integrato nelle istituzioni democratiche, è rimasto il presidio dal quale muovono le nuove composizioni. Che picchiano e immaginano il peggio, senza luce o speranza alcuna.

Rispetto all’EP, viene esplorato un percorso tra tensione e stasi e viceversa, un uroboro. Perde un po’ l’elemento ironico, e il rischio concreto che Blum corre è quello di insistere troppo sugli stessi predicati. Il disco funziona quando introduce e intelaia (Plague), oppure quando trattiene e rilascia in millimetriche dosi (Horses e Problems), ma casca piatto quando rimesta caparbio le sue posizioni, navigando a vista. Ok il caos, la violenza, le disuguaglianze, la sottomissione, sono rese piuttosto bene attraverso questa innaturale savana, eppure la musica avrebbe oggi più che mai bisogno dei qualsivoalgia scarti rispetto alle proprie urgenze politiche. Uno dei pezzi che hanno anticipato il disco – Innominata – è probabilmente il migliore: c’è una trama pur minimale, una marcia verso un inevitabile strage. Ritroviamo quell’elemento arcigno che era essenziale ai tempi dell’EP e che ora s’alterna a brevi esplorazioni orizzontali (Remembrance con un tocco wave) fatte di nefandi androni (Vanmakt) e lande abbandonate (Everything For Everyone). Neanche qui manca la gabber femminista, che è poi il marchio della Staycore (dj Hay?! e For Hildegard) e c’è anche un pezzo techno trance senza troppe menate (The Carver). Non convince appieno, come una manciata di tracce in scaletta intrappolate nel loro verbo. Kablam può fare molto meglio di così.

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