Recensioni

6.7

Riconoscibilità. Fino all’estremo, fino al più piccolo dettaglio. Partono dalle copertine, i Jungle, a organizzare un confezionamento che sia confortevole e familiare. E lo sanno, certo che lo sanno, Josh Lloyd-Watson e Tom McFarland, che queste copertine sono di per loro la rappresentazione grafica di un contenuto sempre uguale a sé stesso (ma pur sempre elegante). 

Quattro anni fa, ai tempi di For Ever, il duo faceva i conti con la più classica delle asperità, per una band reduce da un tutto sommato osannato primo disco: la conferma. Ripetersi, insomma (che l’abbiano fatto quasi pedissequamente rispetto all’esordio è un altro paio di maniche…). A onor del vero, lo scriveva Stefano Capolongo, si sentiva e toccava con mano un tentativo – anche piuttosto riuscito – di dare profondità diverse al concentrato tutto groove soul e sample danzerecci: quel mood un po’ nostalgico e riflessivo che metteva – relativamente – da parte le hit prediligendo un quadro d’insieme. Consolidato il proprio linguaggio e prese le misure a un successo che li ha indubbiamente portati in alto nelle classifiche di gradimento, i Jungle arrivano così al terzo disco in stato di grazia. Non hanno più granché da dimostrare, di conferme ne hanno già date, e l’obiettivo infatti pare unicamente quello di regalare un disco retromaniaco fatto per bene, cavalcando la lunga onda seventies sdoganata da Random Access Memories e – a ben vedere – anche da loro stessi.

I pezzi ci sono: impossibile non ammiccare a ritmo già da Keep Movin, secondo patinato brano in scaletta dopo la breve intro. Uno via l’altro, i pezzi scivolano e si fanno apprezzare per una leggerezza ricercata, su solide basi derivative (e i riferimenti restano inevitabilmente i medesimi) e con un sound accattivante il giusto. C’è spazio per divagazioni hip hop dal sapore primi anni ’00 (Romeo) per le chitarre acidelle di Just Fly, Don’t Worry e soprattutto per una chiusura come Can’t Stop The Stars, la più sfacciata (forse perfino troppo) nel mimare – anche a livello di suoni e melodie – gli Earth Wind & Fire

I pezzi ci sono, il lessico è perfezionato, e per un po’ ci lasciamo pure coinvolgere da tutta questa scintillante baracca. Però, finito il disco – e forse pure prima – rimane un sapore amaro in bocca: i ritornelli si accavallano uno sull’altro, si appiccicano in testa ma svaniscono presto in un continuum stantio. Perché se c’è una cosa che dimostra questo – godibile! – nuovo disco dei Jungle è che sì, dobbiamo essere per sempre grati agli dei del soul, ma questa retromania – così spavalda e esplicita – ha definitivamente fatto il suo corso. È arrivata in parte a ricolorare il mainstream, certo, ma questo Loving in Stereo ha tutta l’aria dell’ennesimo dolcetto che risulta stucchevole e ci fa pentire della nostra gola. 

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