Recensioni

Di questi ultimi tempi, per star dietro a Julian Cope bisogna essere parecchio indulgenti o parecchio masochisti. Non sono una novità né la sua radicata ossessione su temi della lotta contro la supremazia delle religioni monoteiste, ’imperialismo americano, la distruzione della Madre Terra; né la sua totale devozione a un vintage rock acidissimo miscelato space-kraut-stooges-hardrock, che sconfina, se tutto va bene, nell’auto-indulgenza. Presa coscienza di quel che è, insomma, l’ascoltatore ormai sa a cosa va incontro la maggior parte delle volte, a suo rischio e pericolo (così è stato almeno per i più recenti Citizen Cain’d, Dark Orgasm e Drain’d Boner, con i Brain Donor).
In questo caso però Saint Julian pensa bene di confondere le acque, ammiccando al suo mai abbastanza glorificato (quanto remoto) passato di arguto songwriter pop, annacquando però canzoni che si vorrebbero discendenti di quelle di Peggy Suicide e Jehovakill! con chili e chili di liriche retoriche (sarebbe più il caso di dire esplicite e dirette, ma l’effetto finale è quello), o con i soliti trip psichedelici king-size da reduce dell’era dell’acido. Ci si trova così sospesi fra suggestive intuizioni Bowie (circa The Man Who Sold The World, nell’iniziale Doctor Know,) e Scott Walker (esplicitamente evocato in Beyond Rome) e trashezze immonde come il riffaccio di Vampire State Building (ascoltate un po’ da soli che roba è…), fra la melodia cristallina di Hidden Doorways e i ringhi Iggy Pop della title track, e quando c’è potenziale pop (come in They Gotta Different Way Of Doing Things), arriva comunque un arrangiamento freak ad inquinare.
Niente di nuovo insomma, solo qualche barlume di quello che ancora potrebbe essere un songwriter più che degno, e invece è ormai il personaggio assolutamente incompromissorio – e unico, che dir si voglia – che si è appiccicato addosso come un magico francobollo colorato. Il che, preso con la giusta filosofia, può anche essere divertente. Ma per quanto ancora?
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