Recensioni

E’ una donna dalle movenze inusuali, Julia Kent, dai gesti garbati e quasi mai decisivi. Il palco lo vive, ma si rifiuta di dominarlo, diventando così sfondo necessario alla prima delle due date italiane, a Parma, ad aprire la XXX edizione di Teatro Festival, finestra annuale sulla scena artistica contemporanea che apre le attività di Fondazione Teatro Due; anche quest’anno un’opportunità unica di incontro con alcune delle eccellenze nazionali ed internazionali della musica e del teatro fisico e la Kent a fare da apripista.

Il palco è scarno, un velo di perenne autunno dietro di lei, a rinfoltire d’immagini lente gli occhi dei presenti. Un vestito nero, i piedi nudi e lo sguardo basso, bassissimo, anche quando s’avventura meravigliosamente in un italiano mai ordinario, che siano leggere impressioni sui nuovi pezzi che proporrà durante la serata, o che sia l’appena passata paura nei confronti dell’uragano Sandy.

A preparare il terreno, un paio di ripescaggi dall’album di maggior successo dell’artista canadese, quel Green And Grey del 2011 che l’ha rivelata nella sua unicità, ben oltre i confini delle numerose collaborazioni con i vari Antony and the Johnsons, Rufus Wainwright e Devendra Banhart. E dunque gli inseguimenti filtrati, stratificati di Ailhantus, ovvero come scarnificare la classicità riducendola all’osso, tra pulsazioni via via ossessive e l’oscurità di cui la melodia sembra nutrirsi avidamente attraverso le continue sovrapposizioni; e ancora, le suggestioni marine ed immobili di Acquario, un girotondo che sa di antico (sa di passato, di toni caldi) e di carezze (sul violoncello, su cui mai si sfogherà, non siamo mica dalle parti di Warren Ellis dei Dirty Three). Un crescendo di sapori e movenze che raggiunge l’apice fra i tappeti sonori di Carapace: fra striature e punzecchiature nervosissime, un velo a definire il melodramma in atto, ancora una volta acquoso e inafferrabile.

E poi una sequela mai doma di nuvole elettriche, quasi sussurrate, per lo spettatore quasi inviolabili nella loro delicata fragilità. Tutte composizioni che andranno a riempire il nuovo album della musicista, previsto per inizio 2013 per l’etichetta inglese The Leaf Label (fra gli inediti proposti, la compassata Tramuntana, e le veementi – per una volta – e infiammanti Missed e Salute), e che ad un primo ascolto dà la sensazione di proseguire la semina sonora dei primi due album. Una magnificenza che alle volte – nella dimensione live – risulta quasi priva di slancio, una melodia perennemente trattenuta dalle mani. Ciò che manca alla musica della Kent è proprio questo, la mancanza di voracità, la voglia di osare. Ad un passo dal respiro decisivo, la ritirata. Solo il rumore del distorsore, schiacciato, spento, ad un passo da qualcosa realmente illuminante per tutti i sensi. Solo accennata, come una nenia che da adulti si rivelerà ben altro.

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