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7.3

Nel nuovo album di Julia Kent c’è un consapevole naufragare nelle lentezze ambientali e del fraseggio. Le premesse sono quelle dell’ottimo Character, eppure l’impressione è che il suono concentratissimo e al tempo stesso maestoso del violoncello della musicista abbracci, in questa nuova fatica discografica, quasi una sorta di misticismo isolazionista e statico, privato ma tangibile. Una definizione che manca di concretezza, la nostra, eppure non troviamo un modo migliore per circoscrivere un lavoro che scava ancor più del precedente in un immaginario musicale fatto di accenti e stratificazioni sospese (oltre al violoncello campionato, c’è l’elettronica “trovata” ad accompagnare e integrare), pizzicati e grandi spazi, legno e droning, ma soprattutto visioni.

«Asperities è un disco nato dal conflitto – chiosa la Kent – interno, personale, globale»: il brano che meglio contrappunta questa seconda direttiva del disco – la prima sono le lentezze di cui vi dicevamo in apertura – è un Terrain il cui paesaggio cameristico si stringe attorno a un’elettronica inquietante e reiterata, quasi un incubo atipico per la letteratura kentiana. Almeno quanto una Empty States a suo modo carpenteriana, ridotta a uno strascico quasi noise dai filtri distorti che vestono il violoncello nella seconda parte del brano e inchiodata su un battere sommesso e in lontananza.

Il resto del disco è un alternarsi di intrecci armonici che respirano pause e semibrevi, e che attraverso il ritmo lento costruiscono una ambient malinconica, inquietante e slegata da concetti terreni come il tempo e lo spazio (Lac Des Arcs). Lungo il viaggio si assiste a una Flag Of No Coutry che non sarebbe dispiaciuta a Teho Teardo, si rimane impigliati nella ragnatela del crescendo turbolento di Hellebore, ma soprattutto si viene rapiti da una scrittura che riesce persino ad eludere il botta e risposta circolare tipico della loop station, in favore di un’intensità sonora articolata e ancora superiore rispetto al passato.

Il disco è stato registrato in completa solitudine dalla stessa Kent nel suo studio di New York, lontana da qualsiasi distrazione. L’unico modo, secondo la musicista, per trasmettere una dimensione emotiva che non sarebbe stata la stessa, con il coinvolgimento di altri soggetti. Il risultato le dà decisamente ragione.

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