Recensioni

6.6

Tre anni d’attesa dopo un disco di debutto sono insoliti, in un mondo frenetico del pop (mainstream, indie o alternative che sia) abituato a battere il ferro finché è caldo e attento a non confondere troppo, a mantenersi coerente al punto tale da produrre copie carbone sbiadite. Complici un’intensa attività live in Italia e all’estero e cambi di line-up, i bresciani Jules Not Jude hanno piacevolmente spiazzato la platea ripresentandosi con una scrittura leggera ma non impalpabile, e soprattutto ricca di sfumature nuove. I due EP usciti tra il debutto e questo The Miracle Foundation (titolo preso in prestito da un’associazione americana che si occupa di orfani in India), vale a dire Wonderful Mr. Fox e Tuesday?, già facevano immaginare una virata verso uno stile meno succube dell’amore per le atmosfere beatlesiane e che guardasse anche al rock e agli Stati Uniti, quelli di ieri ma anche quelli di oggi – in particolare Local Natives e Grizzly Bear. Prodotto da Pierluigi Ballarin (The R’s) e masterizzato da Jon Astley (ingegnere del suono di fiducia di Tori Amos e di Pete Townshend), il disco contiene otto canzoni, come molti 33 giri degli anni ’60 e ’70, scritte da tutti i membri della band (ovvero Simone Ferrari, vocalist e polistrumentista, la new entry Andrea Buffoli che prende il posto di Mirza Sahman alle chitarre e la sezione ritmica di Mauro Parolini e Daniel Pasotti), che hanno come filo conduttore il disagio, l’abbandono e che trasmettono, al tempo stesso, una positiva voglia di cambiamento.

Ottimo il lavoro dei quattro, musicisti questi ultimi forti di background musicali molto diversi che si amalgamano con successo; il singolo apripista Perfect Pop Song parte subito con una melodia fresca, che getta il cuore oltre l’ostacolo e abbraccia coscientemente sonorità internazionali (Simone dimostra di aver studiato sui testi giusti e sfoggia una pronuncia inglese molto sopra la media). Si sente l’impronta di Enzo Moretto degli A Toys Orchestra – compagni di scuderia (Urtovox) – in Raise The Hood, mentre altrove fanno capolino tentazioni psichedeliche (Hazel), divertissement degni dei Blur più kinksiani (Waiting For A Lover When Your Lover Is Another) e guizzi bowiani (ci sono echi, pur non smaccati, di The Man Who Sold The World nella highlight Martha). La strada per raggiungere questo punto sarà pur stata lunga, ma il risultato è di certo appagante: bravi i Jules Not Jude, brava e audace la Urtovox (casa anche di Beatrice Antolini, Cesare Basile e Alessandro Fiori) a guardare oltre i confini senza complessi d’inferiorità.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette