Recensioni

7.1

Con questo disco, il quinto in carriera, Juana Molina tenta il passo più difficile, quello da artista interessante a fondamentale. E quasi ci riesce, in primo luogo perché l’intuizione che la muove possiede la genialità delle cose semplici: mestare nel vecchio e se necessario nell’atavico per sintetizzare un linguaggio nuovo, per certi versi inaudito. Un giochino antico come la musica, perciò validissimo, a patto che i materiali e la manipolazione non lascino nulla al caso, neanche il senso d’immediatezza, d’istinto e ragione intrecciati nella danza propiziatoria e venga giù quel che deve. Guizzi poliritmici e pulsioni battenti, singulti e stratificazioni vocali, incroci di arpeggi, tastiere vibratili e vetrose: una trama di gioco e mistero, la bestia che occhieggia nella giungla di plastilina primitivista, caligine tropicale come schermo caleidoscopico, folk che sfrigola sui bracili dell’asado psichedelico, una trance ipermoderna e ancestrale da far drizzare il nasino occhiuto (!) di Miss Bjork con compagnia timbalandeggiante. L’inizio è una folgorazione, con la palpitante title track inebriata di folate funk-jazz e quella Vive Solo che aleggia nel mesmerismo più sperso e insidioso. Il resto del programma si dedica con una certa ossessiva insistenza a battere sul tasto delle vibrazioni tribal-lisergiche, arginando la ripetitività con arguzie ritmiche e minutaglie melodiche che però alla lunga non evitano – appunto – un senso di strisciante monotonia. Resta però la peculiarità energica, il neo-esotismo stordente, il fascino altero e contagioso di un’autrice sempre più vicina allo zenit.

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